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Brava Milano. Alla faccia di Sala

I decreti di Meloni, Piantedosi e Crosetto sono serviti, e l’avviso di garanzia al presunto regista è servito ancora di più: le cavallette d’Egitto, senza chi le convoca, restano a casa a guardare le scarpe degli altri

Fermi e controlli di polizia ed esercito in Piazza Duomo a Milano, 24 ottobre 2026. ANSA/Paolo Salmoirago

Alla fine la polizia è andata a dama. Dopo una settimana di indagini serrate, gli investigatori sono risaliti alla testa del «Movimento 17 ottobre», la pagina social che dopo gli scontri di sabato e domenica scorsi a Milano aveva rilanciato raduni e appuntamenti in più piazze d’Italia per ieri. Il presunto amministratore del profilo si chiama Youssef Siher, trent’anni, origini marocchine, ricercatore di geopolitica e giornalista freelance vicino ai Giovani palestinesi. È indagato per istigazione a delinquere aggravata. Presunto, sottolineo: la parola vale fino alla sentenza, e io ci tengo più di certi colleghi garantisti a giorni alterni. Ma il profilo non è presunto, è pubblico. Non un ladro di scarpette di lusso. Il burattinaio? Diciamo un Super Maranza, con un curriculum che i quindicenni di via Torino si sognano. Laurea in Comunicazione e master in Scienze politiche alla Statale, «research trainee», cioè tirocinante, all’Osservatorio su Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, specialista di Islam politico, madrelingua arabo e italiano, inglese e spagnolo fluenti, «esperto di intelligenza artificiale» per una startup americana, da quasi cinque anni collaboratore del Fatto Quotidiano, dove ha fatto uno stage, con qualche pezzo anche sul Foglio. Lo ha detto bene Guido Crosetto: «Non un emarginato ma una persona molto introdotta», che «ha frequentato il gotha dell’intellighenzia italiana. E si sono visti i risultati».

Ecco, i risultati. Ieri Milano si è chiusa in casa per non concedere il tris a chi l’aveva stuprata due volte in ventiquattro ore, come

ho scritto domenica scorsa. Il centro più bello e più vivo d’Italia sprangato, la Rinascente con le serrande giù, piazza Duomo lasciata ai piccioni e ai blindati. Precauzione sacrosanta, per quanto umiliante. In mezzo, il sindaco Beppe Sala che invitava i commercianti a tenere aperto, a non cedere alla psicosi, promettendo di andare a fare acquisti pure lui. Mi è tornato in mente Zingaretti, allora segretario del Pd, e il suo aperitivo sui Navigli nel febbraio 2020 per dimostrare che il Covid era un’invenzione dei disfattisti. Un pochino di prudenza avrebbe fatto bene a tutti, a cominciare da lui, che pochi giorni dopo si prese il virus. Sala è della stessa scuola. La realtà si combatte con inviti balenghi. Logico che nessuno lo abbia ascoltato. Sareste sereni se vostra figlia pretendesse di girare col passeggino per la Galleria, dopo quello che un branco di ragazzini deficienti e ladri ha combinato negli stessi luoghi sette giorni fa? Io no.

E invece non è successo niente. I decreti di Meloni, Piantedosi e Crosetto sono serviti, e l’avviso di garanzia al presunto regista è servito ancora di più: le cavallette d’Egitto, senza chi le convoca, restano a casa a guardare le scarpe degli altri.

Per giorni ci hanno raccontato di una guerra ibrida. Ibrida come le auto, metà elettriche e metà a benzina? Colpa di Putin? Ma i dati di fatto dicono altro: non è tanto ibrida, è questa roba qui. È l’intellighenzia italiana, la medesima stoffa di mezzo secolo fa. L’esproprio proletario appartiene al patrimonio della sinistra, non di quella operaia, di quella delle teste d’uovo. Non facciano gli gnorri. Nell’ottobre del 1971 le più aureolate dell’epoca firmarono un’«Autodenuncia

di solidarietà a Lotta Continua», indirizzata al procuratore di Torino che aveva inquisito il Giornale. Vi si legge: «Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro». E ancora: «Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con loro». Firmato, tra gli altri, da Umberto Eco, Paolo Mieli, Tullio De Mauro, Natalia Ginzburg, Cesare Zavattini, Giulio Carlo Argan, Tinto Brass. Nessuno, in questi giorni, lo ha ricordato. Allora i professori firmavano e altri andavano in piazza; oggi un ricercatore di geopolitica con le firme giuste avrebbe fornito l’appuntamento, e i quindicenni si sono presi le sneakers. La divisione del lavoro è la stessa: l’intellettuale firma, il maranza incassa, la città paga.

Non ce l’ho con il Fatto, né con l’Ispi: le firme si ospitano, non si adottano, e nessuno sa che cosa farà un collaboratore il sabato pomeriggio. Mi limito a notare che, se fosse stato una firma del Giornale, a quest’ora la nostra sede sarebbe assediata dai pro Pal, e forse pure dai Vietcong. Ce l’ho con un ambiente che da cinquant’anni trova l’esproprio affascinante e il poliziotto bastonato un dettaglio. Milano ieri ha perso un sabato di incassi. Ha salvato la faccia, le vetrine e le ossa dei suoi agenti. Per una città stuprata due volte, un sabato chiuso e un presunto burattinaio con un avviso di garanzia sono già una vittoria. Sala, se vuole, adesso può andare a fare la spesa.

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