Burocrazia da brividi, tassata pure l'aria fresca

Dopo le caldaie ora tocca pure ai condizionatori. Adeguarsi alle direttive della Ue sarà un costo per gli installatori e i loro clienti

Burocrazia da brividi, tassata pure l'aria fresca

Certificate, certificate. Qualche cosa resterà. Il Paese dei balzelli più o meno nascosti è anche diventato, ce ne stiamo accorgendo a nostre spese, anche il Paese delle certificazioni. Da pagare a parte all'installatore di turno o comprese nel prezzo d'acquisto di un condizionatore o di un caldaia.

Condizionatore? Sì, condizionatore. Perché puntualmente è arrivata a sottrarre altri denari dalle nostre tasche anche la certificazione per chi decide di farsi piazzare il condizionatore in casa o in ufficio. Che cosa significa? Significa che, per adeguarsi alla normativa Cee, recepita con ritardo, ma recepita, dal governo italiano, gran parte delle 150mila imprese d'installazione italiane hanno dovuto o stanno provvedendo ad «adeguarsi». Che cosa cambia per una micro impresa, composta da un titolare-responsabile tecnico e da due operai più un apprendista? Cambia che il personale in questione deve andare a scuola, frequentare dei corsi che, come ha avuto modo di sottolineare anche il presidente dei Frigoristi di Confartigianato, Soffiro Fontana, comportano un costo tra i 4 e i 5mila euro a partecipante, poiché, oltre il numero elevato di ore di frequenza, c'è l'aggravio economico da imputare al laboratorio e all'organizzazione degli esami. Di conseguenza l'impresa-tipo che abbiamo reso in esame si troverà a sostenere un esborso di 12-15mila euro e, nel frattempo, a fare i conti con la retribuzione del personale nonostante il mancato guadagno. Dopodiché? Dopodiché l'installatore in possesso del patentino, deve rilasciare una dichiarazione di conformità (come si fa con le caldaie) nel caso di installazione presso privati e deve compilare anche il libretto di impianto. Se entriamo nel dettaglio il corso più l'esame per ottenere il patentino d'installatore di condizionatori costa mediamente 900 euro mentre la certificazione dell'impresa (costo che varia in funzione di azienda individuale o società) si aggira mediamente sui 2.500 euro in 5 anni cui si aggiungono, da versare ogni anno 80 euro per l'iscrizione all'apposito registro.

Quanto volete che incida questo onere a carico dell'impresa sulle tasche dell'utilizzatore finale, di noi consumatori? Dipende dalla «comprensione» dell'azienda fanno sapere da Confartigiano. Resta il fatto che se vogliamo fare paragoni con la normativa nazionale e comunitaria analoga che riguarda installazione, manutenzione e controllo degli impianti di riscaldamento, per ottenere l'Attestato di prestazione energetica di un appartamento supponiamo di 120 metri quadrati situato in una città di 50mila abitanti l'esborso richiesto al consumatore per stare tranquillo con la proprio condizionatore o con il proprio impianto di riscaldamento varia da 130 a 330 euro a seconda, appunto, della «comprensione» dell'azienda che manda il tecnico per l'installazione e la certificazione. In compenso, lo ricordiamo, l'attestato, firmato dal certificatore energetico è un documento ufficiale, valido 10 anni ed è, fra l'altro, un documento richiesto per gli atti notarili di compravendita. Dal 23 dicembre 2013, la mancanza di questo documento comporta multe comprese tra i 3.000 e i 18.000 euro a carico di entrambe le parti per le compravendite mentre per i contratti d'affitto tra 1.000 e 4.000 euro, a carico di entrambe le parti. Dato che l'attestato energetico o Attestato di prestazione energetica è il documento che stabilisce in valore assoluto il livello di consumo dell'immobile inserendolo in un'apposita classe di appartenenza. Più è bassa la lettera associata all'immobile, maggiore è il suo consumo energetico. Ma intanto ciò che di sicuro è maggiore è la «tassa», mascherata o no, che ci tocca versare anche se in casa non ci fa né caldo né freddo.

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