"C'è, non c'è", il tormentone premia Beppe

Per giorni e giorni, il tormentone "che farà Grillo a Sanremo?", ha rubato titoli e riflettori persino alla formazione del governo Renzi. L'ombelico d'Italia è all'Ariston più che a Palazzo Chigi

Presente in sala, silente. Ma pronto all'improvvisazione in qualsiasi momento. Un'interruzione, chissà. O una corsa sul palco. Un exploit da showman qual è. Oppure: niente sala, ma un comizio davanti all'Ariston per la gente agghindata che sta entrando in teatro. «Vendo i biglietti ai bagarini: mi metto lì fuori, incasso i soldi e improvviso un comizio», aveva ipotizzato lui stesso. Idea molto genovese. Ma magari non si accontenta. E una cosa non esclude l'altra. Performance di piazza come anteprima, e poi lo show tra le poltroncine e il palco con scenografia da «grande bellezza». Prendere il centro della scena salendo dalla platea in prima serata sulla Raiuno che l'ha ripudiato molti e molti anni fa è una di quelle cose che non ha prezzo.

Per giorni e giorni, il tormentone «che farà Grillo a Sanremo?», ha rubato titoli e riflettori persino alla formazione del governo Renzi. L'ombelico d'Italia è all'Ariston più che a Palazzo Chigi. Grillo che improvvisa tra Laetitia Casta e Cat Stevens o il premier incaricato che «consulta» Alfano e Napolitano? Sul piano mediatico e della popolarità non c'è partita. L'uomo di spettacolo stravince sul politico, per quanto bravo comunicatore. A Roma ci sono gli intrighi di Palazzo, il teatrino della politica. La gente è strangolata dalla crisi e lì si gioca con le figurine dei ministri. Populismo e demagogia, forse. Ma la strada è segnata. A Sanremo c'è la curiosità della gente. C'è la pancia del Paese. C'è il grande pubblico televisivo con le difese immunitarie della critica abbassate. Lo Sciamano a Cinque Stelle ha scelto la location dell'opposizione. Perché, in fondo, con Fabio Fazio e Luciana Littizzetto e Pif addetto alle anteprime e Paolo Virzì presidente di giuria e l'immancabile Luciano Ligabue ospite, anche qui all'Ariston va in onda il Rito del Gran Consenso renziano. Il Cencelli del Festival è la Leopolda sul mare. E perciò, vai col comizio in streaming e chissà cos'altro.

Il «Grillo vagante» (Repubblica) ha già vinto il Festival. Potere dell'incertezza. Dell'incognita. Della possibilità. Potere delle innumerevoli possibilità. Propellente di attenzione che tutti i grandi comunicatori e i leader carismatici ben conoscono. È bastato comprare o far comprare due biglietti per la prima serata per innescare una reazione a catena. E mandare in tilt l'ingranaggio del Festivalone. Entrerà con la moglie Parvin solo per godersi lo spettacolo? O con Roberto Casaleggio, due alieni alla kermesse delle canzonette? O con Raffaele Fico, presidente pentastellato della Vigilanza e censore dei vizi di Mamma Rai? I capataz del Festival hanno provato a razionalizzare. Fazio: «Non sono preoccupato, tanto è impossibile gestire l'imprevisto». A blandire. Giancarlo Leone, direttore di Raiuno: «Se Grillo verrà a vedere il Festival ci farà piacere. Essendo leader politico e uomo di spettacolo non consideriamo l'ipotesi che voglia interromperci, sa quando fermarsi. Anche per la qualità della persona non pensiamo a misure eccezionali, conosce le regole». La parolina giusta l'ha usata quel cinicone di Bonolis: «Grillo a Sanremo sarebbe un bel reagente. Fossi in Fazio, lo lascerei urlare. Finché fa spettacolo e audience...». Dai palazzi romani, invece, gli avversari del Pd, rosiconi, l'hanno subito messa giù dura, provando a fermare il treno in corsa. Guai alla propaganda, guai a offrire la vetrina a Grillo. Tutto vano. Ormai lo Sciamano aveva già vinto. E, in certo senso, anche il Festival.

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