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Interni

Calabresi in campo con chi difese gli assassini del padre

Il commissario fu isolato anche dalla sinistra bene che l’accusò per la fine di Pinelli

Foto d'epoca Mario Calabresi in aula durante il processo ad Adriano Sofri, condannato a 22 anni

Chissà se chiederà il voto anche a Roberto Vecchioni, che difendeva l’assassino di suo padre. Eh sì: perché Mario Calabresi, nella sua lunga marcia di avvicinamento alla poltrona di sindaco di Milano, le speranze di successo le poggia anche sul consenso di una parte della città con cui la sua biografia si è incrociata su sponde lontane. La gauche del centro storico, la buona borghesia della Ztl che è da sempre la fucina dei cervelli progressisti destinati a contare sotto la Madonnina. È arcinoto che da lì venivano molte delle firme sul macabro appello degli intellettuali che nel 1971 indicava il commissario Luigi Calabresi, padre di Mario, come assassino dell’anarchico Pinelli: punto cruciale del linciaggio pubblico culminato l’anno dopo nell’omicidio del commissario.

Mario Calabresi il linciaggio non può ricordarlo, perché quando suo padre morì aveva poco più di due anni. Ma ricorda bene quanto accadde 16 anni più tardi, quando i carabinieri scoprirono e arrestarono esecutori e mandanti dell’omicidio: tutti ex militanti di Lotta Continua, a partire dal leader Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Invece del sollievo per un delitto risolto, per la giustizia resa ad un uomo dello Stato assassinato a sangue freddo, nella Milano che contava (e che conta) prevalse un’incredulità condita di classismo: il pentito Leonardo Marino inattendibile perchè ignorante, spiantato; Sofri innocente perché intellettuale raffinato, icona della sinistra radicale convertita all’occupazione del potere. Non fu solo un atteggiamento mentale. Fu mobilitazione concreta, solidarietà militante agli imputati. Raccolta di firme e di appoggi. Non sembrava interessare a molti, nei grandi palazzi dentro la cerchia dei Bastioni, trovare gli assassini di Luigi Calabresi. E la campagna per spacciare Marino come un mitomane o un prezzolato continuò per anni: da parte degli stessi ambienti.

C’è una foto che ritrae il diciannovenne Calabresi nell’aula del primo processo agli assassini, nel novembre 1989. Quel giorno per la prima volta il figlio del commissario si trovò davanti alla rappresentazione plastica del muro di solidarietà che circondava gli imputati. «Nessuno ha tolto il fango di dosso a mio padre», disse uscendo. L’appoggio a Sofri & C., con bastoni tra le ruote all’inchiesta, era iniziato d’altronde già durante le indagini. «Potevamo arrivare molto più in là - racconta Giuliano Tavaroli, che da giovane carabiniere raccolse le confidenze di Marino - ma qualcuno avvisò Pietrostefani. Lo sentimmo dire devo andarmene in Francia, perché sta arrivando una cosa dal mio passato. Dovemmo fare subito gli arresti». Nelle celle degli indagati iniziò la processione degli ex compagni divenuti deputati. Bompressi, l’esecutore materiale, che forse stava per parlare, ci ripensò.

Negli anni successivi fu un crescendo. Più emergevano riscontri alle accuse, più la lista dei solidali si allungava. Il culmine si raggiunse a condanna ormai definitiva, quando sulla campagna per la revisione del processo a Sofri piovvero 160mila firme. La prima quella del premio Nobel Dario Fo, e poi Vecchioni, Gianni Minà, Gianna Nannini, Massimo D’Alema. Accaddero cose incredibili. Quando Sofri, su invito di Indro Montanelli, scrisse dal carcere una lettera di scuse alla vedova Calabresi per le infamie scritte sul marito, a sgridarlo provvide nientemeno che Norberto Bobbio, il filosofo che nel 1971 era stato tra i firmatari del documento contro Calabresi. Non c’era niente di cui scusarsi, per Bobbio. E il Corriere della sera quando un giudice di Milano respinse la richiesta di revisione lo insultò così: «Faccia paffuta e gommosa, sorrisetto maligno». Tutti ricordi che oggi Mario Calabresi dovrà archiviare.

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