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Dai manifesti Dc al 1994: vita di un grande anti-comunista

Lo spirito della sua battuta “siete sempre i soliti...” era lo stesso con cui girava Milano con colla e scala

La sfida Silvio Berlusconi, Enrico Mentana e Achille Occhetto

Berlusconi avrebbe 90 anni se fosse ancora tra di noi, ma giorno più, giorno meno, la cosa non cambia. Silvio Berlusconi è stato, come Francesco Cossiga e persino Alberto Sordi e tanti altri, parte di una generazione che detestava i comunisti onestamente. Glielo diceva in faccia: «Siete ancora e sempre dei poveri comunisti comunisti». Berlusconi mi ricordò anche della volta in cui degli attacchini del Pci lo presero a sberle mentre lui copriva i loro manifesti con i manifesti della Dc. Era un ragazzo ma il fatto è che allora comunisti e anticomunisti si odiavano. Si odiavano nelle famiglie, fratello contro fratello, madre contro figlio, si odiavano nelle case, si odiavano nelle fabbriche. Ma come tutti oggi ricordano quel video in cui Silvio Berlusconi diceva: «Siete comunisti, non c’è niente da fare», al cinema Federico Fellini doveva trattenere Alberto Sordi nel famoso sketch in cui i giovani borghesi superano un camion gridando: «Lavoratori...» e mostrando il braccio nel gesto dell’ombrello. Naturalmente la parola comunista non c’entrava, ma il senso sì. E sono state tantissime le persone che si sono dedicate all’anticomunismo in modo esistenziale, cosa che oggi non si capisce più perché mancano i comunisti veri, manca l’Unione Sovietica.

Chi, come me, ha viaggiato molto nei paesi dell’Est, ricorda perfettamente la paura fottuta che avevano tutti dei comunisti come poliziotti politici pronti a tradire, e a mandare a far arrestare anche membri della famiglia. E questo era un problemaccio che riguardava anche l’Italia, in barba al trattato di pace e alle promesse di Yalta e a tutto il resto. In Italia si aveva paura che potesse accadere in Emilia e in Toscana quel che accadde in Grecia. Anche la Grecia nel 1947 era stata assegnata alla protezione americana, ma un nucleo di ferro di comunisti greci volle assolutamente tentare la via rivoluzionaria e toccò agli inglesi prendersi cura di questi sciagurati testardi e batterli sul campo militare. Da allora esistono due partiti comunisti, quello interno e quello esterno, che hanno avuto vicende e sviluppi diversi.

In Italia il partito era uno, ma c’erano i depositi di armi, c’era la retorica comunista, c’era Baffone che ti guardava da tutti i muri e la gente aggiungeva: «Ha da veni’ Baffone!», con sei punti esclamativi. E il giovane Silvio era spontaneamente uno di quelli che la sera si metteva abiti stazzonati con cui incontrava chi portavano la colla e le scale e con loro si metteva ad attaccare manifesti. All’epoca non c’era la tv, c’erano i manifesti e gli altoparlanti e i megafoni dei venditori di giornali. Berlusconi era tra loro ed è curioso che le sue memorie di adolescente in mezzo ai comunisti siano dello spirito un po’ da boy scout e un po’ da guerra civile imminente, simili, come detto, alle memorie di Francesco Cossiga che faceva la stessa cosa in Sardegna mentre in tutta Italia si preparava la mossa e la contromossa.

Sbaglierebbe chi pensasse oggi agli anticomunisti con commiserazione, come se si trattasse di persone che non avevano capito il grande valore del comunismo per il suo gigantesco bagaglio di cultura, di rivoluzioni e di storia. I comunisti fallirono la loro opera di schiacciamento culturale perché la gente molto semplicemente non li voleva. E la controprova venne proprio con la più grande operazione anticomunista di Berlusconi, che andava molto oltre i manifesti incollati sui muri. Fu l’operazione con cui Silvio realizzò l’impossibile alleanza fra Forza Italia nascente, la Lega separatista e gli ex fascisti di Gianfranco Fini, in modo tale che i tre partiti non fossero mai insieme sulla stessa lista, ma a due a due. Fu un’operazione vincente e spericolata che richiese grande spavalderia e grande calcolo politico. Dall’altra parte Achille Occhetto, segretario prima del Pci e poi del neonato Pds con cui il Pci si sganciava dal suo nome e dalle sue origini per diventare un partito rappresentato da una Quercia. Occhetto parlava della gioiosa macchina da guerra politica che avrebbe portato al potere, col gradimento delle potenze occidentali, i famosi comunisti italiani che erano tanto buoni e che non meritavano altro che di gestirlo, come se l’Italia potesse diventare un’unica Emilia Romagna ben amministrata con gli asili nido e gli autobus in orario. Quando la sfida di Occhetto fu lanciata e Berlusconi la raccolse dopo aver tentato disperatamente di mettere in campo Mario Segni e qualche altro dc ribelle, decise di mettersi lui alla testa della crociata e ne venne fuori quella grande operazione politica che fu la vittoria del Patto della Libertà con Berlusconi, Bossi e Fini vincitori e le sinistre tutte a rotoli.