Le parole di Liliana Segre sul ddl antisemitismo sono illuminate dall’equilibrio e dalla ragionevolezza. E anche se molti a sinistra provano a travisarle, forzandole, la senatrice afferma una cosa chiarissima, sintetizzabile in questi termini: nell’interesse del Paese, il ddl antisemitismo dovrebbe essere approvato all’unanimità; il testo uscito dal Sensato è un frutto di buon lavoro, tuttavia dividersi ora su questo sarebbe una sconfitta per tutti. In nome di una auspicata unità, in nome del “superiore interesse” del Paese, si faccia dunque un ulteriore sforzo: si provi ad apportare una modifica per votarlo tutti insieme.
Quale ritocco? Visto che l’annunciato “No” del Campo largo verte sulla libertà d’espressione - peraltro garantita dalla Costituzione - si potrebbe ribadire ulteriormente ciò che già è chiaro: il diritto di criticare il governo israeliano è inalienabile.
Il ddl non ha “reali criticità su questo” - precisa Segre - e io lo so bene: questa critica infatti mi sta molto a cuore, avendo io stessa manifestato “repulsione” per questa guerra e per questo governo.
Una modifica “inessenziale”, la definisce, ma auspicabile in nome della condivisione di un provvedimento necessario.
Uscendo da una (rispettosa) esegesi di questo generoso appello e analizzando la linea del Pd (non parliamo del resto della sinistra per carità di patria) emerge questo: la libertà di critica è un pretesto.
Il ddl - come detto - non solo non conculca alcun diritto di espressione e critica, non prevede sanzioni e non punisce, si limita a prevenire e contrastare qualificando come antisemitismo ciò che lo è: l’odio per gli ebrei, come singoli o come collettività, come Stato ebraico per esempio.
Israele: un conto è definire criminale un premier, un conto è affermare che il suo Paese non ha diritto di esistere o che rappresenta una riedizione del Terzo Reich. Un conto è contestare Israele, altro accusare tutti gli ebrei di colpe immaginarie chiedendo a un ebreo di Londra, o di Roma, o di Buenos Aires, di prenderne le distanze, ogni giorno e solo a lui.
La ratio del ddl non è punire, non si tratta di sanzionare, si tratta di sapere, si tratta di poter dire che certe parole d’ordine, certi striscioni, certi slogan ossessivi, configurano - consapevolmente o meno - manifestazioni di odio antisemita.
Il Pd dunque deve decidere. Deve scegliere se ascoltare Liliana Segre, ma anche Lele Fiano e la Sinistra per Israele, o se lisciare il pelo al peggio della militanza che si è scelto, o che pensa di avere: quella degli odiatori, degli oltranzisti e dell’islam politico.
Il timore è che abbia già scelto, e che abbia già imboccato la strada di un errore madornale: un No che sarebbe non solo “una coltellata” per gli ebrei italiani, ma anche un’indelebile ferita alle istituzioni e alla democrazia italiana.
