Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:50
Interni

Caro Vannacci, scorretto attaccarci. Sono un cronista, non un seguace

Amo Giorgia, non chino la testa davanti ai politici e ti dico: ecco perché sbagli a criticare “il Giornale” e il suo editore

Feltri e Vannacci

Come è fin troppo noto, venerdì scorso sono salito in auto e, da vecchio giornalista, sono andato a Torino a un incontro organizzato da un sindacato di poliziotti, che non mi risultano essere né aderenti ad Hamas né nazisti infiltrati dalla Schlein o da Conte come quinte colonne. Volevo conoscere l’uomo politico di cui tutti parlano: il generale Vannacci, dipinto sui giornali, nei Tg e nei talk show come il brutto e cattivo della situazione. Volevo rendermene conto da solo. È un vizio che non ho ancora perso: invece di farmi raccontare gli uomini, preferisco guardarli in faccia.

Magari qualche volta mi sono aggirato con una stampella, che per fortuna ho abbandonato, ma non ho mai dismesso l’uso della mia testa e della mia penna. Qualche modesto successo insieme me lo hanno pure procurato. La mia visita è stata invece raccontata come una specie di inchino al generalone. Marco Damilano, già direttore dell’Espresso e oggi tenutario di una rubrica televisiva su Rai Tre, sul quotidiano Domani mi ha definito «Madonna pellegrina di Futuro Nazionale». Detto da chi ha tenuto davanti al Papa la relazione ufficiale sui desideri politici dei cattolici italiani, la cosa mi ha un tantino spaventato. Poffare, come avrebbe detto Nonna Papera. Non sarò stata davvero un’apparizione mistica? La prossima volta eviterò il manto azzurro e le rose ai piedi.

Sono andato da Vannacci per la stessa ragione per cui da più di cinquant’anni incontro politici di ogni colore: conoscerli. E magari permettermi il lusso di farmene un’opinione. Ho detto che nel suo «Mondo al contrario» ho riconosciuto sentimenti condivisi da moltissime persone, me compreso: il fastidio per lo scombiccheramento di cose semplici che ci avevano insegnato i nostri genitori e che, con ben altra grandezza, ricordava anche Oriana Fallaci.

Non ho stretto patti con Vannacci né con Futuro Nazionale. Ho semplicemente detto che considero sbagliato considerarlo irrecuperabile da quel centrodestra che possiede una fortuna che gli altri si sognano: Giorgia Meloni. Ha abbastanza autorità da poter parlare con chiunque senza perderne un grammo. Persino con Vannacci.

Resta quella parola: ho detto che lo «seguirò». Apriti cielo. Andare a vedere Vannacci non significa seguirlo. E seguire, nel mestiere di giornalista, significa raccontare ai lettori ciò che uno dice e ciò che fa. Non mettersi in fila dietro di lui. Non mi sono inchinato a Craxi, ad Andreotti, a Cossiga, dei quali fui anche amico. Non ho fatto il pecorone con Berlusconi, che pure ho sostenuto, criticato e tuttora ringrazio. E non «seguo» neppure la Meloni, di cui resto innamorato.

Nella vita ho chinato la testa davanti a mio padre e a mia madre. Forse davanti ai lettori. Quanto al verbo seguire, l’unico che ricordo di aver inseguito davvero era Gianni Rivera, quando facevo il soldato e cercavo di arrivare sui suoi palloni pennellati. Per il resto, caro Damilano — o Da Milano, visto che ci siamo — tiremm innanz. Lo disse Amatore Sciesa e non gli portò benissimo. Io, nel mio piccolo, conto sulla clemenza di San Culo.

Tra l’altro colgo l’occasione per dire che noi del Giornale siamo onesti, tanto è vero, che dopo aver lodato Vannacci questi ha subito attaccato il nostro editore Antonio Angelucci. Tutto ciò è profondamente scorretto.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.