È più del mondo alla rovescia, è un ottovolante: in Italia si litiga sulle quote di stranieri nelle classi per evitare che diventino ghetti, come già disse il capo dello Stato da ministro dell’Istruzione, e come ha detto anche il capo del governo; a Milano intanto c’è una scuola pubblica che ha il cento per cento di alunni stranieri (arabofoni) dalla quale non scappano gli italiani, ormai scappano anche gli ucraini (l’abbiamo raccontato) senza contare che nello stesso edificio di San Siro hanno pensato di metterci anche una scuola araba privata (con annesso litigio sull’uso della palestra) e nel dettaglio, colpetto di scena, stiamo parlando anche della stessa scuola dove fece le elementari il forse candidato sindaco Mario Calabresi il quale ha magnificato quel modello per decenni. Lo ha fatto da direttore della Stampa, poi di Repubblica, ma anche in un suo programma televisivo in Rai e poi in blog, libri e interviste, questo però mentre, attenzione, il Pd, i Cinque Stelle e persino un centro sociale denunciavano la stessa scuola come «ghetto» esattamente come fa il centrodestra oggi, ma questo, s’intende, solo quando erano all’opposizione. Insomma: è la storia di un ghetto a corrente alternata ma è, forse, anche un’anticipazione del programma del forse candidato Mario Calabresi sulla scuola e anche sulle periferie, visto che anche le case popolari della zona sono abitate in maggioranza da arabofoni. Non sono faccende vecchie: il 6 settembre scorso Calabresi ha partecipato a un incontro pubblico e ha ripetuto, di quella scuola, che «me ne sono occupato quando ero direttore della Stampa e quella scuola aveva 106 bimbi, uno solo dei quali con due genitori italiani», «c’è chi avrebbe voluto smontarla, io l’ho difesa», «quello è un mondo di speranze che alcuni raccontano come ghetto». Lo trovate anche su Il Giorno del 7 settembre. La raccontano come ghetto, ha ragione: dipende chi governa.
Ricominciamo. L’indirizzo è via Paravia 83, San Siro, elementare Radice, mentre l’altro ingresso dello stesso caseggiato è in via Stratico 7 e porta alla scuola araba Nagib Mahfuz. Calabresi ha studiato nella prima, aveva due anni quando il padre Luigi fu assassinato, cominciò le elementari nel 1976. Gli alunni erano 806: l’ha scritto lui nel suo ultimo libro. Oggi sono calati a 108, tutti stranieri d’origine. Ma la trasformazione era evidente già nel 2009: il Corriere contava 103 bambini di cui cento stranieri, ma nel 2011 Calabresi portava la scuola di via Paravia anche dentro il suo programma televisivo Hotel Patria (Rai3) mentre sulla Stampa, stesso anno, da direttore, pubblicava un servizio su quel «modello riuscito di integrazione», anche se ometteva che quell’anno la prima classe venne soppressa per mancanza di iscrizioni. Intanto nello stesso edificio si installava la scuola araba: prima era in via Ventura a Lambrate (si ricordano le manifestazioni di Salvini) mentre la saldatura arabo/arabofona avviene nel 2011, anche se il progetto era già stato contestato nel novembre 2010 da Carmela Rozza, Pd: «Se il sindaco Moratti vuole la creazione di quartieri ghetto lo dica pubblicamente». Il ghetto, al tempo, inteso come concentrazione territoriale, a sinistra era un’obiezione pronunciabile. La convivenza in salsa araba produceva intanto trascurabili dispute (il Corriere del 14 settembre 2014 raccontava che la palestra era «occupata, senza accordo» dalla scuola araba, faccende di territori occupati) ma poi quella scuola sparisce dalle cronache, era cambiato qualcosa, forse la giunta. Questo Giornale, nel 2017, raccontava che gli stranieri erano 125 su 131. Patrizia Bedori, Cinque Stelle, riferiva scandalizzata di una scuola con «pressoché il 100% di alunni non italofoni». I grillini erano all’opposizione. Ma c’erano voci dissonanti anche nel Pd: Sumaya Abdel Qader sosteneva che «le scuole ghetto non siano una soluzione» e Diana De Marchi che, se i bambini non parlano italiano, «tutta la classe ne risulta danneggiata». Sul sito del centro sociale il Cantiere poi compariva (24 novembre 2014) un intervento che parlava di «una scommessa contro il tentativo di molti di renderla un ghetto». E diremmo che l’hanno persa: basta fare un giro da quelle parti, come il Giornale ha fatto nel marzo scorso raccontando la storia di un bambino ucraino (Lev, 8 anni) a cui in classe non rivolgevano la parola perché non parlava arabo: e lui non è che parlava ucraino, parlava italiano.
La scuola poi è stata ampiamente ristrutturata (hanno speso parecchio) e ha riaperto nel maggio 2019: il 2 ottobre 2021 Repubblica raccontava di 160 alunni dei quali otto italiani, titolo: «Da ghetto a istituto sperimentale di successo».
Basta scriverlo. Il 10 aprile 2024 il Giorno registrava circa 150 bambini con un 99 per cento stranieri, ma la dirigente Anna Borando assicurava: «I bambini, nati qui, parlano tutti l’italiano». Come no. Il 27 agosto, stesso giornale, la percentuale saliva al cento per cento. Ed eccoci al 6 settembre scorso, con Mario Calabresi che è tornato sull’argomento in un incontro a Milano in cui ha ricordato il suo «mondo di speranze che alcuni raccontano come ghetto». Per esempio, a tempo debito, anche il partito che dovrebbe candidarlo. Ma non era ancora esplosa la polemica del 20 settembre, quando il presidente del Consiglio ha rilanciato un tetto per gli alunni che non conoscano l’italiano; la vicesindaca piddina di Milano, Anna Scavuzzo, non le aveva ancora risposto che faceva «propaganda sulla pelle delle bambine e dei bambini». Che poi: propaganda di chi?
Di Mattarella nel 1990? Del Pd nel 2011? Dei grillini? Del centro sociale? Dei genitori scappati da quella scuola per tornare in Italia?
