Non sappiamo se Sigfrido Ranucci avesse già ordinato i coriandoli per il ritorno trionfale a Report. Dopo la standing ovation dell’Anm, nel clima del No al referendum, poteva credere che certi applausi valessero come un’assicurazione. Invece il Tribunale del lavoro ha respinto il ricorso urgente contro la Rai. E a firmare il no è Donatella Casari, già nel collegio del caso Almasri e dello scandalo Covid nell’era di Conte a sinistra. Sembra un aforisma di Ennio Flaiano: il sistema, quello che secondo i suoi sacerdoti non sbaglia mai, questa volta ha sbagliato santo. La Rai, sul ricorso, ha avuto ragione: il giornalismo d’inchiesta non è una patente per diventare padroni del palinsesto. E restano tutte le domande sull’amicizia con Valter Lavitola, emersa dopo il gravissimo attentato di cui Ranucci è stato vittima.
È lo stesso teatro della sinistra. Prima abitava nella Ztl; ora si è trasferita nella zona pedonale della coscienza, dove si fa la rivoluzione senza sporcarsi le scarpe. Askatasuna
diventa un vezzo da salotto, la violenza contro gli agenti una nota di folklore. Da lontano è resistenza, da vicino è cronaca. Ecco il miracolo progressista: combattere il potere pretendendo di essere al di sopra delle regole. Andreotti diceva che a pensar male si fa peccato. Ma qualche volta basta leggere le ordinanze. Per avere ragione. Da vendere.
