D'Alema-Renzi, il solito Pd che sa solo sparare sul Cav

Il lìder Maximo censura: "Meno dichiarazioni". E il sindaco: "In pensione"

D'Alema-Renzi, il solito Pd che sa solo sparare sul Cav

Mentre Enrico Letta, che con il sostegno del Cavaliere è al governo, si dà un gran daffare per evitare tensioni dentro la maggioranza e spegnere i fuochi di polemica tra Pd e Pdl, i principali dirigenti del suo partito non gli danno una mano.
Anzi: prima Massimo D'Alema, poi Matteo Renzi ieri hanno messo nel mirino il Cavaliere, suscitando ondate di dichiarazioni di riprovazione dal fronte berlusconiano. D'Alema lo ha invitato a «fare meno dichiarazioni, che è meglio per tutti»; Renzi invece ha rivendicato: «Sono il primo che ha detto che andava mandato in pensione. Sono considerato il rottamatore del centrosinistra, ma posso garantire che voglio rottamare anche molti del centrodestra», a cominciare dal leader. Poi il sindaco di Firenze ha precisato che il suo pensiero non ha nulla a che fare con la vulgata dell'antiberlusconismo militante di sinistra: la sua critica al Cavaliere non nasce «da odio ideologico o personale», ma da una constatazione diversa: «Berlusconi ha avuto la sua chance di cambiare l'Italia, e non l'ha sfruttata negli ultimi venti anni», e in politica «se hai avuto dei risultati, bene; se no fai spazio agli altri: l'Italia ha bisogno di occuparsi del futuro». Frasi che hanno fatto saltare la mosca al naso a Renato Brunetta, che avverte Renzi: «A finire rottamato sarai tu».

Il capogruppo Pdl, senza saperlo, indica un rischio che il sindaco di Firenze corre sul serio: non da parte del centrodestra, però, ma come sempre del suo partito. Nel quale sta tornando a prevalere l'irreprimibile istinto suicida della guerra al potenziale leader. Chi per proteggere il proprio ruolo (Letta al governo, Epifani alla segreteria del Pd); chi i propri spazi di potere e di manovra (le correnti, dagli ex Ppi di Franceschini o Fioroni agli ex Pci nelle loro infinite variazioni, bersaniane o dalemiane o veltroniane); chi per difendere il proprio potere e chi per salvare la propria identità e quella che considera la propria «Ditta», ossia un partito che discende in linea diretta dal Pci e ne conserva il Dna: un grande coacervo di interessi che si stanno coalizzando per rendere più difficile possibile il cammino di Renzi.

È l'unico candidato premier potenzialmente vincente che il Pd possa mettere in campo, un domani, ma al quale nessuno oggi vuol dare spazio. Per questo sulle regole e sui tempi del congresso Pd è destinata a continuare un'ambigua melina che ha lo scopo di dissuadere il sindaco (che già non muore dalla voglia di fare il segretario di un partito cannibale come il Pd) dallo scendere in campo. O, se non si riuscisse a centrare questo obiettivo, per fargli trovare una stanza dei bottoni priva di bottoni: segretario sì, ma senza alcun potere reale.

Una rappresentazione plastica si è avuta nel seminario a porte chiuse organizzato l'altro giorno da D'Alema, che ha schierato tutti i maître à penser della sinistra Pd violentemente anti-renziana (da Tronti all'editorialista dell'Unità Prospero, da Reichlin a Ugo Sposetti). Gianni Pittella, auto-candidato alla segreteria ma dalemiano come Gianni Cuperlo, nota: «D'Alema sarà il primo a trattare o a stringere un patto di non belligeranza con Renzi». Ma lo vuol fare da posizioni di forza e alle proprie condizioni, dopo aver dimostrato a Renzi di potere coagulare contro di lui un vasto fronte di forze che potrebbero impedirgli la scalata. Il sindaco annusa l'aria, e - anche se i suoi restano molto ottimisti - sta seriamente riflettendo se gli convenga infilarsi nel buco nero del Pd.

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