Mi piacerebbe, ma non ci riesco, immaginare Silvio Berlusconi a novant’anni. Già il suo rapido declino, dentro e fuori l’ospedale, metteva tenerezza e un senso di ingiustizia, abituati come eravamo e vederlo sorridente e pieno di energia. E all’improvviso - ricordate quelle parole alle telecamere, all’esterno del San Raffaele? - con un sorriso che sembrava più destinato a rassicurare noi che se stesso. È facile, adesso, rimpiangere gli anni del berlusconismo, dal crescere delle tv private alla nascita del centrodestra, e del maggioritario. Facile adesso capire il peso di quella dichiarazione il voto a Fini, quale sindaco con cui scongelò una parte della politica, e della società italiana. Facile, adesso rimpiangere la sua empatia nella politica internazionale, le strette di mano tra Bush e Putin. È facile anche sorridere amaramente su tutti quei processi, e sui giudizi che il pericolo per la democrazia ne avevano fatto il capro espiatorio di una sinistra che senza nemico sarebbe stata costretta a interrogarsi sul suo programma. È più difficile immaginarselo oggi, in questi tempi più complessi, più poveri di speranza, e avari di ottimismo.
Immaginiamocelo, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di nuovo ad Arcore, intervistato. È seduto, nel parco, ed è arrivato all’intervista con un passo che non è più baldanzoso. Il sorriso è lo stesso, anche davanti alle domande più scomode. Si rabbuierebbe solo davanti al mondo, direbbe che Trump ha avuto il merito di mostrare che sul pianeta a contare non sono i principi declamati, ma i rapporti di forza. E ha avuto il merito, involontariamente, di dimostrare, attorno a Hormuz, che la forza da sola non basta: occorre la diplomazia. Occorrerebbe che l’Europa nominasse un inviato speciale per i negoziati sull’Ucraina, e che la Nato si acquietasse un po’: Kiev presto nell’Europa politica, compensata con gli aiuti nella ricostruzione della perdita del Donbass: realismo, buon senso. E disgelo con la Russia, con l’energia a basso costo che aiuterebbe le nostre imprese a reggere il confronto con il capitalismo di stato cinese. E da noi, in Italia? Il padre nobile del centrodestra sarebbe fiero del lavoro di Giorgia Meloni, e forse esagererebbe un po’ nel definirla una sua scoperta, e nasconderebbe un sottile disappunto nel vedere Lei raggiungere il record di longevità a Palazzo Chigi. Il «suo» Milan? Eh, adesso gioca un po’ di più in avanti, lo spettacolo è padre del risultato, alla lunga. Sarebbe ottimista, nel calcio come nel resto, prudente e scanzonato: pensare che mi prendevano in giro per le mie gag ai vertici, oggi che seriamente ai vertici parlano di riarmo. Dov’è finita tutta quella gente che mentre noi contavamo i nostri morti a Nassiriya manifestava nelle piazze contro la guerra, scambiando la nostra missione di pace per qualcos’altro? E il Medio Oriente, presidente? Fa male il dolore di una madre israeliana come quello di una madre palestinese. Bisogna lavorare: facile cavarsela a parole e bandiere, riconoscere oggi lo Stato palestinese che non c’è equivale a premiare il 7 di ottobre, no? Più difficile lavorare a costruirlo, da fermi amici di Israele e amici dei palestinesi che vogliono davvero la coesistenza, la pace. E i cambiamenti climatici, e il papa americano, e l’auto elettrica, e le migrazioni? Il mondo cambia, bisogna provare a governare il cambiamento, pensando alle prossime generazioni, piuttosto che alle prossime elezioni. Vannacci? Lavora a unire, questo Vannacci, o il contrario? E Mediaset? Bene, il ragazzo ne ha fatta di strada. E l’Italia, il Paese? Immagino dribblerebbe la domanda, con astuzia. Gli italiani sono un piccolo grande popolo. Ve lo ricordate voi de Il Giornale, la sottoscrizione che Indro Montanelli, a capo di un giornale nato da poco, lanciò per il terremoto del Friuli, cinquant’anni fa? Raggiunse i due miliardi di lire, le benedette lire, dieci volte quello che raccolsero giornali più grandi. Gli italiani, quando serve, ci sono, basta conoscerli e chiamarli. Mai fidarsi ciecamente dell’intelligenza artificiale, ma auguri Presidente.
