C’è un filo sottile che lega il caso Lavitola-Ranucci e la foto del campo largo a quattro (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli) di Napoli.
Non riguarda gli attentati veri o fasulli, i consigli dei guru mediatici, i balordi dalla nitroglicerina facile e tutto il folklore che circonda una vicenda che ha dell’incredibile, ma il progetto politico (famigerato) che è alla base della storia. Un’idea non nuova, che ritorna a stagioni alterne per esorcizzare i limiti della coalizione di sinistra. La formula è sperimentata: si prende un soggetto mediatico, ad esempio, Sigfrido Ranucci, conduttore conosciuto dal grande pubblico televisivo e sacerdote del cosiddetto giornalismo d’inchiesta, un personaggio nel quale si incontrano una buona dose di giustizialismo e una generosa spruzzatina di populismo; e si sogna di lanciarlo nell’agone politico, sfruttando il momento, l’evento, l’emozione.
Il «falso attentato» può essere un detonatore, un doping ulteriore, ma gli ingredienti base della ricetta sono gli stessi che ritrovi negli altri casi in cui ti inventi un Papa straniero: dal Di Pietro di tangentopoli al Grillo che minacciava di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno; dal De Magistris anti-camorra, all’Ingroia della trattativa Stato-mafia, al Santoro teletribuno. Giornalisti, magistrati o personaggi costruiti nel laboratorio della politica. Sono esperienze che nella maggior parte dei casi non durano molto ma a volte caratterizzano una stagione. Pronipoti di Masaniello che spesso come l’antenato non fanno una bella fine politica. O che per sopravvivere rinnegano se stessi. Il Di Maio d’Arabia di oggi, ad esempio, è l’esatto contrario del Masaniello grillino che dal balcone di Palazzo Chigi annunciava la sconfitta della povertà.
In sostanza sono scorciatoie che saltano il circuito tradizionale, portano un consenso aleatorio non coniugabile con le mediazioni proprie della politica. Il lessico è quello che sono tutti ladri e malandrini, che il mondo è sempre torbido e oscuro. Il mix verbale è condito con ricette demagogiche, semplici quanto impossibili. Una sorta di prendi il voto e scappa che nei desideri degli autori in un’elezione dovrebbe fare la differenza.
Per cui Lavitola non si è inventato nulla. Di fenomeni del genere ne ha visti passare tanti visto che da cinquanta anni bazzica i Palazzi. Ha tentato di mettere in atto quello che aveva visto fare.
In maniera maldestra, dilettantesca e pressappochista. Con un obiettivo paradossale- e qui c’entra la fotografia di Napoli - offrire un soggetto populista orientato a sinistra ad una coalizione che continua ad essere diffidente verso la gamba «centrista», «moderata». O, comunque, allargando ancora il campo ulteriormente in una direzione che è agli antipodi di ogni logica garantista e riformista, rendendo quell’area ancora più ininfluente.
In fondo sostituire Renzi con Ranucci gli è sembrato un piano affascinante. Con tutto il mare di polemiche che li ha divisi in passato. E magari - avrà pensato che poteva scapparci pure la benedizione di Travaglio. Il punto vero però non riguarda Lavitola o Ranucci ma semmai il fatto che in questo disegno ritrovi la piattaforma ideale e programmatica di tutti quelli che sono convinti che la foto di Napoli basti e avanzi. E che se proprio la devi allargare devi spostare l’obiettivo dalla parte di Ranucci o Di Battista non sull’altro lato. Una mezza follia perché il lato di sinistra del campo largo è quantomai affollato, su quel versante c’è una domanda spropositata.
Sull’altro anche per colpa di quelli che erano a Napoli c’è, invece, il deserto.