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No Tav, vietato il campeggio. E ora la Valle volta loro le spalle

Il prefetto: stop agli assembramenti, niente volti coperti, sentieri off limits. I manifestanti chiamano, invano, i rinforzi via social

Terreno in località Traduerivi nel comune di Susa (To) dove si doveva svolgere il campeggio no tav, ma è stato fermato da un'ordinanza del prefetto giovedi 30 luglio 2026 ( foto Daniele Solavaggione/LaPresse) Land in the Traduerivi area in the municipality of Susa (Turin) where the no TAV camp was supposed to take place, but it was stopped by an order from the prefect thursday 30 july 2026 (photo Daniele Solavaggione/LaPresse)

nostro inviato in Val di Susa

Nel nome della legge (e della società aperta). Se ti accampi per poi devastare tutto ciò che incontri non sei più un male di stagione da sopportare. È la vecchia questione popperiana su cosa fare con gli intolleranti: a un certo punto li fermi e dici basta. È quello che sta succedendo. La prima mossa dello Stato democratico è un foglio di carta attaccato a un palo della segnaletica stradale. È ß, all’ingresso del campeggio di Traduerivi, sul lato della statale 24, dove mercoledì c’erano le cisterne abbandonate e il container dipinto con l’arcobaleno per i bambini. Adesso ci sono due camionette del reparto mobile, qualche agente all’ombra, e le ordinanze del prefetto esposte come un editto medievale, da leggere passando. Dei No Tav, nessuna traccia. Alle dieci di mattina, l’ora in cui dovevano cominciare a piantare i pali, i pali non li ha piantati nessuno. C’erano, ma per il momento si sono ritirati alla spicciolata. La lotta non finisce certo qui, ma c’è da riorganizzarsi.

Le ordinanze del prefetto di Torino, Donato Cafagna, sono tre e vanno lette insieme, perché disegnano una strategia e non un divieto. La prima ridefinisce il campeggio libero nell’intero territorio di Susa e di Bussoleno, dalla mezzanotte di giovedì fino alle sette di lunedì, citando espressamente l’iniziativa annunciata da aderenti al movimento No Tav, guidati e organizzati dai leader dell’ex centro sociale Askatasuna. La seconda vieta di circolare con il volto coperto nei comuni della valle. La terza limita la possibilità di accedere a piedi in gruppo a una serie di vie considerate nevralgiche perché vicine ai cantieri. Tende, passamontagna, sentieri: sono esattamente i tre pilastri su cui il movimento ha costruito la sua liturgia degli ultimi vent’anni, colpiti uno per uno nello stesso giorno. Si tratta di comunicazioni dettate dalla situazione di urgenza: significa che stavolta lo Stato non ha voluto avvisare. Si è fatto sentire anche Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, che ha usato parole nette: «Questa violenza è un virus per la democrazia e chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica aggredisce la Costituzione».

La giornata del movimento è stata di conseguenza una lunga ritirata mascherata da manovra. Una cinquantina di ragazzi si riunisce nel centro di Susa, decide di spostare tutto a Venaus, e verso mezzogiorno cominciano a montare le prime tende e qualche amaca sotto gli alberi. «Anche se i giornali dicono il contrario, scrivono sui social, il campeggio non è affatto annullato, ci stiamo spostando, raggiungeteci». Poi arrivano sette camionette di reparti antisommossa, e da un altoparlante gli agenti spiegano che quello è un luogo troppo evocativo dopo quello che è successo nei giorni scorsi. Venaus è la Woodstock della valle, il prato del festival, il posto dove nel 2005 c’era il presidio sgomberato di notte. Troppo evocativo: mai formula fu più esatta, perché tutto qui è evocazione, e la polizia lo ha capito prima dei sociologi. Il punto vero però non sono le camionette. È che i valligiani, questa volta, non ci sono. Vent’anni fa a Venaus scendevano in trentamila, con i sindaci in fascia tricolore che si mettevano tra i manifestanti e i celerini. Oggi il presidio è una quarantina di persone che chiama rinforzi via social e non arriva nessuno. Dopo sabato, dopo i centoventi agenti feriti, il milione di euro di danni al solo cantiere di Chiomonte e i due ventenni tedeschi che restano in carcere per devastazione e saccheggio, l’appoggio della valle si è spento come si spegne una luce. Non c’è stata una condanna pubblica, non è nello stile di qui, semplicemente le case sono rimaste chiuse e le strade vuote. Il silenzio, in montagnaè una forma di voto.

In un agriturismo della piana, quando chiedi della nuova tendopoli, la risposta è la frase più esatta di tutta la settimana. «Mettono su un nuovo campeggio No Tav? Ma questi qui l’estate non se ne potevano andare con i boy scout? È sbrigativa, e demolisce l’epica meglio di qualunque editoriale, perché declassa l’avanguardia europea dell’antagonismo a comitiva molesta di Ferragosto. Non discute l’alta velocità, non difende la polizia: constata che qualcuno le ha rovinato la stagione. Chiamiamola Teresa Batista, come la donna di Jorge Amado che attraversa tutte le guerre e continua a vivere. Stanca di guerra, chiede soltanto di poter fare l’estate senza la finzione della rivoluzione. Perché, dice, di finzione si tratta, di una sceneggiatura sempre uguale a se stessa, scritta per chi si sente eroe a tempo perso e il lunedì torna a casa, solo che questo gioco spacca davvero le cose che incontra, le reti, le camionette, le ossa di qualcuno. E poi fa una domanda che pochi fanno ad alta voce. «Le cucine resistenti che finanziano il movimento, dice, sono ristoranti disseminati per tutta la valle. Senza licenze, senza controlli, senza scontrini, senza tasse. Io se sbaglio una virgola mi massacrano di sanzioni, a loro invece è permesso tutto».Non è un’obiezione ideologica, è una fattura. È la zona franca che per vent’anni lo Stato ha lasciato agli incappucciati, un pezzo di territorio dove le regole si sospendono perché farle rispettare costerebbe uno scontro, e allora si preferisce non guardare. La rivoluzione a tempo perso funziona solo finché nessuno chiede la licenza.

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