In un Transatlantico sconcertato specie sull'ala di sinistra, quella dove sostano i parlamentari del campo largo, si susseguono i sospiri: il caso Ranucci-Lavitola ha fatto passare di moda la figura dei tribuni mediatici, quelli che fanno il buono e il cattivo tempo. Non durerà tanto perché sicuramente ne arriverà un altro. «Colpisce - ammette Andrea Gnassi, ex-sindaco di Rimini approdato in Parlamento per il Pd - il fascino che questi personaggi esercitano sui nostri mondi. Siamo arrivati al punto - se è vero - che uno con la storia di Lavitola si propone come Gianni Letta di Ranucci per trasformarlo nel leader della sinistra. Un piano escogitato in un ristorante di Monteverde insieme al sorcio e al prelato. E l'interessato - a leggere le interviste che ha rilasciato - neppure prende le distanze. Già solo che si teorizzi una cosa del genere è il segno che i partiti sono più deboli. Ma in fondo i nostri alleati, i 5stelle candidarono al Quirinale la Gabanelli». Più in là un ex-sindaco di Bologna, Virginio Merola, è scandalizzato. «Personaggi simili - confida - nella sinistra emiliana non passano. L'Italia, però, non è l'Emilia e oggi abbiamo un Travaglio che decide chi deve stare e chi no nel campo largo. Tragica follia».
Più ti avvicini alla sinistra di governo e più avverti l'allergia verso «il tribuno». La logica del fare, le responsabilità non si incontrano con la demagogia ma sono decenni che il populismo giustizialista dilaga a sinistra. All'inizio fu Santoro, ma aveva ben altra statura rispetto agli attuali. Poi ne sono arrivati tanti, prodotti direttamente o indirettamente dalla Tv. Oggi è il tempo di Ranucci e compagni. I problema non sono i nomi è la dinamica. Il titolo di «tribuno» lo conquisti come conduttore di una trasmissione baciata dal giornalismo d'inchiesta o pseudo tale, se fai il fenomeno in un talk show o il Torquemada in una procura che si propone al pubblico. Il copione è sempre uguale: il mondo è una merda, gli altri sono tutti delinquenti, ladri, guerrafondai, noi no. Più la spari grossa e più hai un ritorno. Il rischio è quello che descrisse Nenni mezzo secolo fa: «Se fai a gara su chi è più puro, troverai sempre uno più puro che ti epura». Osserva Nico Stumpo, già uomo ombra di Bersani: «Ora si capisce perché Ranucci ha preso tante musate, a cominciare da quella sulla gita di Nordio al ranch di Cipriani. Lasciamo stare i servizi segreti ma se aveva un tipo come Lavitola come fontesi spiega tutto!». Qui siamo alle parabole discendenti. Ma in genere la figura del tribuno coniugata con quella del giustiziere funziona. Si sposa però solo con il qualunquismo e la propaganda e fa a botte con la politica. Specie se sei al governo. Anche a sinistra. Basta pensare allo scontro memorabile tra Santoro e D'Alema nella trasmissione Samarcanda del 92: il primo giocava sul contrasto tra «Palazzo» e «Piazza»; il secondo metteva in guardia dal rischio insito nella contrapposizione tra «buoni» e «cattivi» e nel «potere impenetrabile della Tv». Sono passati quaranta anni e siamo ancora là.
La ragione è semplice: il meccanismo è più al servizio di un ego smisurato che non di una comunità politica. «I vecchi partiti Dc e Pci - spiega Bruno Tabacci, ex-democristiano eletto nel centro-sinistra ma che si trova a disagio nel campo largo - erano del tutto impermeabili: queste figure venivano messe alla porta. Qui, invece, siamo partiti da Santoro, che era un gigante, e declinando, declinando siamo arrivati a questi qua».
Inoltre il tribuno è un'arma a doppio taglio anche per la parte con cui si schiera. Berlusconi con il semplice gesto di spolverare la sedia dove aveva preso posto Travaglio per prenderne le distanze nella trasmissione «servizio pubblico» di Santoro ebbe un'impennata di consensi nelle elezioni del 2013. Come oggi l'accostamento Lavitola-Ranucci in una vicenda paradossale, stravagante e oscura non aiuta. Molti a sinistra hanno cominciato a smarcarsi. Anche i più insospettabili. Alla buvette di Montecitorio Alfonso Colucci, eminenza grigia di Conte, si interroga: «Il fatto, sempre che sia vero, che qualcuno abbia pensato attraverso un attentato di catalizzare il consenso dà l'idea di quanto sia vulnerabile la nostra democrazia».
«È proprio così - gli va dietro l'ex-ministro della Sanità, Roberto Speranza - la gente spesso è affascinata da chi vede tutto oscuro. Io non ne sono mai stato attratto, sono figlio della sinistra di un tempo che aveva i suoi anti-corpi. Oggi nessuno li ha. Pensate alle polemiche sul Covid».