Facciamo pagare il debito alle vecchie generazioni

A causare il pantano finanziario sono stati quelli che lamentano pensioni basse. Ma non devono essere i giovani a rimetterci: l’aliquota Irpef per loro va ridotta

Facciamo pagare il debito alle vecchie generazioni

Cosa dire di un padre che lascia in eredità ai figli una montagna di debiti, di un padre che lascia dietro di sé una sfilza di conti da pagare ovunque? Questo è precisamente ciò che hanno fatto le generazioni più anziane, lasciando in eredità alle nuove generazioni un debito pubblico che sfiora i duemila miliardi di euro (pari al 123% del Pil) e che è la principale causa del pantano finanziario nel quale siamo precipitati.

Se i pensionati si lagnano delle loro pensioni, pur godendo (grazie al sistema su base retributiva) di un assegno mensile di oltre l'80 per cento dell'ultimo stipendio percepito, che dovrebbero dire tutti coloro che sono nati a partire dagli anni '70 e che percepiranno in media una pensione intorno al 50 per cento dell'ultima retribuzione? Se gli «esodati» nei mesi scorsi hanno pianto a dirotto perché hanno corso il rischio di doversi ricollocare sul mercato del lavoro o di dover mettere mano a un portafogli peraltro rimpinguato da un sostanzioso Tfr e dall'incentivo economico ricevuto affinché abbandonassero il lavoro anticipatamente, quali lamenti dovrebbero alzarsi da tutti quei giovani che il Tfr non sanno nemmeno cosa sia?

Se i cassaintegrati mugugnano per il salario ridotto e gli iscritti alle liste di mobilità per il magro sussidio, quali proteste dovremmo attenderci da tutti quegli sventurati (e sono la gran parte dei giovani) per i quali non è previsto nessun ammortizzatore sociale? Se i pubblici dipendenti sono sui carboni ardenti perché all'orizzonte si profilano tagli e restrizioni, di quale umore dovrebbero essere le giovani generazioni adesso che la cuccagna delle assunzioni facili nella pubblica amministrazione è finita?

In mezzo a tutto questo piagnisteo si sente mai qualcuno pestare i piedi per il futuro dei propri figli e nipoti? Tutte queste persone che non fanno che lagnarsi sono i diretti responsabili della montagna di debiti che ci ritroviamo sul groppone. Debiti accumulatisi a causa del sistema da loro stessi creato e di cui hanno ampiamente beneficiato, basato su corruzione e sprechi, assunzioni a go go nella pubblica amministrazione, casse integrazioni senza fine, inspiegabili epidemie di invalidi; un sistema improntato a un mangia mangia generale, a una mentalità assistenziale che continua a impestare questo Paese, a un'evasione fiscale così diffusa da avere assunto nei decenni i caratteri di una pandemia. E ora pretenderebbero di scaricare questo debito sulle generazioni più giovani? Troppo comodo.

Nel caso in cui un padre lasci in eredità ai figli una marea di debiti la legge prevede la possibilità di rifiutare l'eredità o di accettarla con beneficio d'inventario, ossia solo dopo aver fatto eseguire una stima dei debiti e dei crediti. È in base a questo principio sacrosanto che i giovani devono rifiutare di accollarsi il fardello del debito pubblico, respingere al mittente quella pesante eredità. Serve urgentemente una riforma fiscale che miri a ottenere questo risultato. Per esempio attraverso l'introduzione di aliquote differenziate non solo in base al reddito ma anche all'età, in modo che il carico fiscale gravi maggiormente su chi ha prodotto il debito.

Per iniziare sarebbero sufficienti una riduzione dell'aliquota Irpef del 5 per cento per gli under 40 e un eguale innalzamento per gli over 40. Stessa cosa per i contributi previdenziali (ma ovviamente senza far perdere un solo centesimo di pensione agli under 40), con in più la possibilità di chiedere, al termine della propria vita lavorativa, la restituzione del montante dei contributi versati al posto della riscossione della pensione. Ecco finalmente una riforma che introdurrebbe misure di equità nel Paese e che consentirebbe di far ricadere il debito prevalentemente su chi lo ha prodotto e ne ha beneficiato. Ma sarebbe troppa grazia.

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