C’è stato un tempo in cui per riconoscere una manifestazione bastava guardare le teste. La kefiah, innanzitutto. Annodata al collo, issata sulle spalle, sventolata come una bandiera. Era il passaporto estetico di una certa idea di opposizione: internazionalista, terzomondista, antimperialista. Poi venivano le bandiere rosse, le felpe dei centri sociali, i Che Guevara stampati sulle magliette, i tamburi e gli striscioni. La piazza aveva un guardaroba, e quel guardaroba raccontava un’ideologia. Nelle ultime manifestazioni che hanno infiammato Milano e altre piazze, invece, il guardaroba sembra uscito da un’altra stanza. O forse da un altro schermo. Ci sono le felpe con il cappuccio, i pantaloni larghi, gli abiti scuri, le maschere, i personaggi dei fumetti, i costumi, le danze, le performance. Accanto ai manifestanti sono comparsi perfino Spider-Man, Batman e Dante Alighieri. È la nuova estetica della protesta. La kefiah non è scomparsa. Ma non è più sola. A contenderle il ruolo di simbolo ci sono le bandiere di One Piece, il manga giapponese in cui una ciurma di pirati sfida il potere costituito, diventate vessilli di ribellione. Ci sono i riferimenti alla cultura pop, i meme, le citazioni da TikTok, le mascotte e i travestimenti. A Milano si è arrivati a immaginare
uno spezzone «cosplayer», perché non si entra solo nei vestiti, ci si cala nella parte. La rivoluzione è passata dal libretto rosso di Mao alla connessione internet.
È un cambiamento che non riguarda solo il gusto o la moda. La vecchia manifestazione cercava di rendere visibile un’appartenenza politica. La nuova rende visibile anche un’identità culturale. La kefiah evocava la solidarietà con una causa, la bandiera di One Piece una comunità immaginaria che si riconosce nella ribellione. Non è meno politico, ma è un altro modo di esserlo. Anche il corpo è cambiato. Non si marcia soltanto, si danza. Non si urla solo uno slogan, si mette in scena una performance. Le «dance battle», o «aura battle», i travestimenti e le ritualità collettive portano in piazza un linguaggio che viene dalla rete. Il corteo assomiglia al flusso del web, ti sembra di poterlo «scrollare»: ogni momento ha la possibilità di diventare un video virale. E poi c’è la felpa. Nera, larga, con il cappuccio tirato sulla testa. È forse il capo più politico di tutti, proprio perché non lo è. Non dichiara un’appartenenza. Nasconde. È uniforme e al tempo stesso anonimato, attrezzatura da piazza. Accanto a occhiali protettivi, mascherine e guanti, il guardaroba della protesta assume una funzione pratica. La moda come equipaggiamento.
Il carnevale di venerdì non va confuso con l’innocenza. La piazza può travestirsi da festa e restare un luogo di conflitto. La leggerezza dei costumi convive con la durezza degli scontri, il balletto con i lacrimogeni, Spider-Man con la polizia in assetto antisommossa. E forse sta qui tutta la contraddizione di «questa» piazza: una generazione che si esprime per immagini giocose e inasprisce la protesta, rende lo spazio di conflitto più duro. La politica ha sempre avuto bisogno di costumi. Solo che una volta li disegnavano le ideologie, oggi li suggeriscono Netflix, i manga, i videogiochi e TikTok. La kefiah apparteneva a un mondo nel quale la piazza voleva cambiare il corso della storia. Spider-Man appartiene a un mondo nel quale la piazza vuole (anche) essere riconoscibile dentro lo schermo. È cambiato il modo di stare in scena. Se la vecchia manifestazione aveva i suoi simboli e le sue bandiere, resta da capire quale sarà il simbolo di questa. Forse non ce n’è uno. È questa la novità: una rivoluzione senza uniforme, che però ha imparato benissimo a vestirsi per la fotografia.
