Con le liti interne buttiamo via un'occasione

Forza Italia non può perdere tempo sull'organigramma mentre il governo è nel caos

Con le liti interne buttiamo via un'occasione

Il conteggio delle dichiarazioni sulle agenzie che è andato in scena in Forza Italia è un rituale un po' antiquato, che risponde alla stessa logica del referendum sul web dei grillini. Con conseguenti danni: decidere con modalità di questo tipo l'abrogazione del reato di clandestinità non è una mossa politica, è pura follia. Ma a parte questo, il dibattito che si è sviluppato dentro Forza Italia meriterebbe una serie di approfondimenti.

Primo. Forza Italia rischia di perdere una grande occasione. Di fronte ad un governo che sta precipitando nei consensi (Swg gli assegna un gradimento del 20%), dentro il partito si parla solo di nomi e di organigrammi: è stucchevole ma, soprattutto, non è generoso verso un Paese che ha il bisogno vitale di un'alternativa all'esecutivo.

Secondo. È evidente che Forza Italia debba aprirsi all'esterno, perché un partito che si chiude in se stesso è un partito morto. Ma è un partito morto anche quello che è incapace di esaltare le risorse che ha al suo interno. A volte si ha la sensazione che rispetto agli altri, gli azzurri soffrano di un complesso di inferiorità. È possibile che nella giostra di nomi che si leggono sui giornali non sia mai apparso quello del sindaco di Pavia, che nella classifica dei sindaci è il più amato d'Italia (Renzi è al 26esimo posto)? Stesso discorso vale per i governatori di centrodestra. Né c'è da invidiare nulla al nuovo gruppo dirigente renziano, visto che quando parlano in pubblico nessuno tra le giovani e i giovani dirigenti di Forza Italia ricorda la «supercazzola» di Tognazzi. Anzi addirittura c'è il rischio che come il governo Monti ha polverizzato l'immagine dei tecnici, il governo Letta, per inadeguatezza, bruci la generazione dei quarantenni, quella dei vari Renzi e Alfano. Questi paragoni dimostrano che tra gli azzurri le risorse umane non mancano, ma spesso vengono dimenticate per far posto ai soliti noti o alle novità sulla carta.

Terzo. La divisione tra moderati e falchi è banale. Se si leggono alla lettera i giudizi sul governo di Renzi, cioè del leader del primo partito della maggioranza, non sono molto diversi da quelli di un cosiddetto «falco». Anche perché dare dei giudizi più o meno positivi su un governo che ha il gradimento di un italiano su cinque, non è da moderati ma, per usare un eufemismo, è da sciocchi. Basterebbe domandarsi in che condizioni starebbe Forza Italia se il partito non fosse passato all'opposizione: sarebbe costretto a difendere un governo indifendibile; avrebbe perso una larga fetta del suo elettorato (la stragrande maggioranza degli italiani vuole tornare alle urne per liberarsi di questo governo); si troverebbe nella condizione non invidiabile di punching-ball, o di capro espiatorio, che Renzi ha assegnato ad Alfano, per dimostrare ogni giorno quanto il Pd e il suo leader siano diversi da questo esecutivo di incapaci.

Quarto, a proposito di Alfano. Non si può immaginare che il grado di «moderatismo» di una posizione, sia commisurato al grado di apertura verso Ncd. Questa è una mezza scemenza. Alfano è padrone del suo destino: se decidesse di mettere in crisi il governo, Forza Italia dovrebbe essergli grata perché sarebbe l'artefice di un chiarimento indispensabile per il bene del Paese. Se, invece, continuerà in questa esperienza di governo, tentando magari di marginalizzare i suoi ex-compagni di partito nel confronto sulla legge elettorale, nessuno può dare per scontato la sua presenza in una futura coalizione di centrodestra: una volta, nell'Italia bipolare, gli elettori, anche se scontenti, votavano uno dei due poli turandosi i naso; nell'Italia tripolare, invece, Grillo può attirare gli scontenti, come è avvenuto nelle ultime elezioni. Per cui fra un anno un'alleanza con Ncd potrebbe sottrarre allo schieramento di centrodestra più voti di quelli che potrebbe aggiungere. È una riflessione che dovrebbe fare innanzitutto Alfano.

Quinto. Si può dire quel che si vuole ma dopo venti anni la leadership di Berlusconi è l'unica che tiene insieme il centrodestra: è avvenuto nelle ultime elezioni; ma, soprattutto, ora il Berlusconi perseguitato e condannato, simbolo di un'ingiustizia conclamata, continua ad essere il riferimento di una parte consistente di questo Paese (è l'unico nelle democrazie occidentali che, nella sua condizione, non ha perso consensi). A lui l'onere di essere capace di rappresentarla e, soprattutto, di interpretarla.

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