Oggi in Cdm è il giorno del divieto di burqa e niqab a scuola. La sinistra è sulle barricate perché non considera un problema il velo integrale in classe, mentre c’è chi (Amnesty) parla addirittura di proposte discriminatorie che violerebbero la libertà di religione. Ma è Maria d’Arienzo, docente ordinario di Diritto Ecclesiastico, Diritto Canonico e Diritti Confessionali all’Università Federico II di Napoli, a spiegare a Il Giornale la fondatezza giuridica e sociale del provvedimento.
Professoressa, davvero vietare il burqa e il niqab in classe è discriminatorio?
«In una scuola, dove ci sono valori che sono quelli della socialità e dell’integrazione, l’uso di questi copricapi rischia di rappresentare una forma di ghettizzazione. Dunque, vietarlo determina quel bilanciamento tra libertà religiosa e sicurezza pubblica necessario per il rispetto dell’articolo 5 della Legge Reale». (La norma che vieta di nascondere il viso in pubblico, ndr).
Quindi non è una violazione della libertà religiosa?
«Non si sta vietando il hijab. Burqa e niqab sono espressione di un’interpretazione fondamentalista dell’Islam. Credo, anzi, che questo tipo di legislazione agevolerà l’integrazione dal punto di vista della condizione femminile. Il problema di questi copricapi di matrice religiosa è che diventano discriminatori nel momento in cui ledono la possibilità di scelta della donna».
La futura legge italiana è un unicum in Occidente?
«Assolutamente no. In Francia il burqa è vietato da anni in tutti gli spazi pubblici e la Corte europea ha riconosciuto la legittimità della norma. Simili restrizioni esistono anche in Austria, Belgio, Danimarca, Bulgaria e Portogallo. In Norvegia il divieto riguarda proprio i contesti scolastici. In Italia non avevamo ancora una legge.
C’è chi ha tirato in ballo una sentenza del Consiglio di Stato del 2008 secondo cui il divieto di mascheramento sarebbe escluso per chi indossa il velo integrale per motivi religiosi. Può essere un ostacolo?
«In quella sentenza c’era un punto essenziale dove non si escludeva che in determinati luoghi potesse essere vietato. Il Consiglio di Stato non negava la legittimità di vietare il niqab, ma diceva che non spettava ad un sindaco farlo senza una legge nazionale. Ora la legge ci sarà».
