L’immagine che racconta il nostro futuro è di venerdì. Non scelgo la tangenziale Est di Milano occupata dai manifestanti, con Ilaria Salis che se la godeva. Per martellare i cittadini, stavolta, bastava bloccare il traffico. Scelgo Brescia. Youssef Siher di nuovo in corteo, un Prometeo liberato. Eroe lui. Chi porta una divisa e rischia la pelle per gli altri si accontenti dello stipendio. C’è tutto. Il personaggio, il piedistallo, la protezione. E soprattutto il clima. Quello che, temo, ci accompagnerà fino alle elezioni. Una tensione da tenere accesa. Un Paese da rendere ogni giorno più nervoso. E alla fine il conto da presentare a Meloni e soci: guardate come avete ridotto l’Italia. Prima si mette sabbia negli ingranaggi, poi si denuncia che la macchina non funziona.
Siher, per me, doveva restare in custodia cautelare. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha ipotizzato un’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. La giudice ha escluso allo stato i gravi indizi e lo ha liberato. Le indagini continuano. Dunque nella magistratura esistono letture opposte. È consentito preferire quella della Procura senza essere dichiarati nemici della giustizia? Nell’ordinanza, il lavoro di Siher viene descritto come una mobilitazione consapevole, volta a favorire una «coscienza collettiva». A me queste righe suonano come un peana. Eccolo, il pedagogo del popolo bue. Noi credevamo di discutere delle sue istruzioni per la piazza e scopriamo che stava educando le masse. Alla disobbedienza civile. O incivile, permettetemi. È qui che la toga mi appare come il manto della Madonna. Sotto c’è un indagato che la Procura considera pericoloso, restituito
alla piazza con un ritratto da benefattore delle coscienze. Le garanzie gli spettano tutte. L’aureola, a mio modesto avviso, poteva aspettare.
Gli agenti
Ma Siher è un pezzo del quadro. Un pesce piccolo, forse. Esistono i piranha: piccoli anche loro, con un appetito che sconsiglia di mettere i piedi nell’acqua. La questione è l’acqua in cui nuotano. Il caos, la sua produzione quotidiana, il suo sfruttamento politico. Ci dicono che questo governo ruba il futuro. Intanto qualcuno ci sequestra il presente. Il negoziante deve chiudere, il lavoratore cambia strada, il cittadino aspetta. Chi gli impedisce di vivere pretende pure di rappresentarlo. Per il suo bene, naturalmente. Il popolo va liberato anche contro la propria volontà: cominciando col lasciarlo imbottigliato in automobile.
Gli agenti del caos sono sparsi nella società. Hanno sponde nei partiti, nei sindacati, nei movimenti. Cercano il punto dove una protesta può diventare blocco permanente. Ogni problema è combustibile. Il salario, la guerra, una decisione giudiziaria. La rabbia va nutrita. Se si spegne, bisogna ricominciare a discutere dei problemi e magari risolverne qualcuno. Una fatica. Chi vuole mandare a casa il governo raccolga voti. La democrazia offre questa possibilità. Richiede però di contare i consensi, anziché le strade bloccate. Un dettaglio scomodo per chi scambia il numero dei disagi con quello degli elettori.
Gli angeli
Poi ci sono gli angeli del caos. Quelli che stendono il manto, spiegano, attenuano. La condanna della violenza viene timbrata all’ingresso, come il biglietto del tram. Dopodiché parte il viaggio delle giustificazioni.
La vetrina non andava rotta, però bisogna capire la rabbia. Il poliziotto non andava colpito, però bisogna comprendere il disagio. A forza di comprendere tutti, resta senza comprensione quello che raccoglie i vetri. Anche l’antisemitismo viene condannato con ammirevole puntualità. Poi l’ostilità verso Israele diventa intimidazione dell’ebreo che vive qui e dovrebbe bastare chiamarla antisionismo. Una parola usata come detersivo: la versi sulla porcheria e pretendi che sia pulita. Non parlo di strategia della tensione. Una regia va dimostrata. Vedo lo sfruttamento della tensione, che non richiede un capoufficio. Bastano convenienze che si incontrano e indulgenze che si sommano. Uno accende, un altro soffia, un terzo spiega che la colpa dell’incendio è del governo.
È questo che mi aspetto nei prossimi mesi: un crescendo di agitazione e il tentativo di scaricarne la responsabilità su chi governa. Perciò serve sangue freddo. A Meloni, alle forze dell’ordine, ai cittadini. Difendere chi manifesta pacificamente. Fermare chi aggredisce. Lasciare vivere chi vuole lavorare. Senza regalare a nessuno la tragedia da sfruttare il giorno dopo. Mi rifiuto di abituarmi al bollettino: oggi nessun morto, vediamo alla prossima. La serenità è un diritto anche di chi non urla. Vogliamo cittadini svegli, i sonniferi lasciamoli sul comodino. Va bene l’agnello, purché con le corna. Capace di ricordare a chi avanza che la mitezza ha una testa dura. Non vogliamo morto nessuno. E neppure sottomesso.
