La minaccia di «bloccare tutto» della comunità bengalese veneziana non va ignorata, come spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, a Il Giornale.
Onorevole, secondo lei il messaggio di sciopero è un ricatto?
Loro sono così, arroganti e se non fai ciò che vogliono ti aggrediscono e ora mostrano il vero volto di un Islam spacciato come moderato, che parla di libertà e diritti, ma solo per loro, quando in realtà sta portando avanti in Italia e in Europa una strategia di conquista dell’Occidente che passa dall’insinuarsi nel nostro tessuto sociale per arrivare alla pretesa di spazi, ai ricatti, fino al governo del Paese e alla nostra sostituzione culturale. D’altronde è quello che succede quando si svende il valore del lavoro e si importa manodopera a basso costo da Paesi con leggi, valori e cultura profondamente incompatibili con l’Italia. È successo a Monfalcone, a Mestre a Marghera e in tante altri parti d’Italia. Lo dico da quindici anni: l’immigrazione di massa è stata usata come clava per la distruzione dei diritti e dei salari dei lavoratori e anche questi sono i risultati.
E questa minaccia può essere un campanello d’allarme sul controllo del territorio che rischia di spostarsi dallo Stato ai gruppi organizzati?
Questa è la “minaccia di Allah”: il loro obiettivo è realizzare enclave islamiche nel nostro Paese, succursali d’odio dove applicare la Sharia, la sottomissione della donna, la poligamia, le spose bambine. Tutto ciò che è profondamente incompatibile con la nostra cultura e il nostro ordinamento giuridico. Uno Stato nello Stato, con altre regole, che ambisce a sostituire la nostra democrazia con una teocrazia islamica.
Pensa che esista una sorta di “modello europeo” al quale si sono ispirati per questa forma di protesta?
C’è una rete in tutta Europa fra comunità islamiche e, in particolare, fra quelle bengalesi, ben collegata e spesso ben saldata con la sinistra. L’ho vissuto a casa mia, a Monfalcone, quando in 8 mila, il 23 dicembre 2023, scesero in piazza bloccando la città per protestare contro la chiusura delle moschee abusive. Fra questi c’era anche Prince Howlader, capo della comunità islamica di Mestre. Ma la storia e la giustizia hanno dato ragione a noi, alle nostre battaglie per la legalità e il rispetto del nostro Paese. È quello che è successo anche a Venezia e che dovrà succedere in tutta Italia.
Qual è il pericolo concreto di una moschea in città?
Ci sono più profili. Il primo è quello urbanistico: dove c’è un abuso edilizio, come in questo caso delle moschee irregolari, c’è la lesione della libertà degli altri cittadini. A Padova c’è una moschea abusiva, come in tantissime altre parti d’Italia, che da più di dieci anni rende impossibile la vita dei cittadini del quartiere tenendoli in ostaggio. Poi ci sono i pericoli concreti e reali legati alla radicalizzazione: le moschee sono isole d’illegalità dove non si sa chi predica, cosa si predica, quali siano i bilanci e da dove arrivino i finanziamenti. Spesso e volentieri sono in realtà amplificatori del fanatismo islamico e megafoni dell’Islam politico, che usa le moschee per recluare soldati di una “guerra santa” contro l’Occidente.
Con 20.000 bengalesi nel veneziano, il punto di non ritorno verso la creazione di un’enclave islamica è molto vicino o è già stato superato?
Siamo al punto in cui, davanti a una legge, a un piano regolatore, a delle sentenze, gli islamici scendono in piazza e minacciano rivolte e blocchi della città: il limite è già stato superato. Il loro è un metodo sovversivo che mette a rischio le nostre istituzioni. Per questo è un pericolo il taxi elettorale che ormai, a ogni elezione, il PD e la sinistra mettono a disposizione dei radicalizzati.
Crede che esista un piano calcolato che passa dal voto e arriva alle pretese sulla moschea da parte della comunità musulmana, che l’Ue ignora?
È un dato di fatto. A Monfalcone, a Venezia, a Roma e in tanti altri luoghi d’Italia e d’Europa volevano e vogliono portare “Allah in Comune”. L’Ue, in questi anni, invece di difendere casa nostra, i nostri confini e le nostre radici, si è svenduta a una politica immigrazionista e globalista in nome del politicamente corretto e del woke che ora disprezzano. Risultato? Il report francese sulle infiltrazioni dei “Fratelli Musulmani” nelle istituzioni ci dice che la Fratellanza, con le sue organizzazioni satellite, è persino riuscita a finanziare le proprie attività con fondi dell’Unione europea. Per questo ho presentato formale richiesta di mettere al bando in tutta l’Ue l’organizzazione sovversiva dei Fratelli Musulmani e tutta la sua rete in Italia, come UCOII.
Crede che la sinistra possa davvero svendere i valori occidentali pur di provare a inglobare il bacino elettorale degli immigrati?
L’ha già fatto. Venezia ne è un esempio. Quello che non hanno ancora capito è che gli islamici, appena avranno i numeri per autogestirsi, scaricheranno la sinistra senza neanche ringraziarla per aver fatto loro da staffetta elettorale. Del resto hanno già iniziato a creare i loro partiti islamici. L’abbiamo già visto a Monfalcone e a Roma.
Pretendere l’integrazione delle donne e la comprensione dell’italiano non dovrebbe essere un pilastro imprescindibile per chi vive nel nostro Paese?
Deve. Non essere “italofoni” non vuol dire solo non sapere la lingua, ma non sapere tutto: credere di vivere ancora in Bangladesh e in un totale rifiuto della nostra cultura e dei nostri valori. Dove alle nostre leggi preferiscono quelle coraniche, la sottomissione delle donne, il velo integrale, la poligamia. Per questo è ora di cambiare le leggi sui permessi di soggiorno e sulla cittadinanza e in questo senso va proprio la proposta di legge che ho elaborato insieme ai colleghi della Lega per una rivoluzione del sistema dei permessi di soggiorno a punti: via dall’Italia chi commette reati, ma anche chi non dimostra di essersi pienamente integrato.
