La stabilità conquistata dall’Italia è un punto di partenza, ma non deve essere un punto di arrivo. È il messaggio di Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle Opere, che a un giorno dall’inizio del Meeting di Rimini riconosce al governo interventi positivi, ma chiede una politica industriale più ambiziosa. «Dobbiamo capire come le scelte di oggi cambieranno il sistema economico e sociale dei prossimi 20 anni».
Presidente Dellabianca, qual è il vostro giudizio sull’azione del governo?
«É positivo su diversi interventi. Penso alla riduzione del cuneo fiscale, agli incentivi per il lavoro stabile e agli strumenti di welfare e premialità che hanno aiutato le imprese. È positiva anche la stabilità macroeconomica e dei conti pubblici. In una fase segnata da tensioni internazionali, gli interventi sulle emergenze, dall’energia al caro carburanti, hanno dato un sostegno al sistema. Ora, però, serve un passo ulteriore sulla politica industriale».
La stabilità si sta traducendo in maggiore fiducia?
«Assolutamente sì. È un fattore di attrattività e credibilità sui mercati internazionali e la stabilità dei conti pubblici incide sulle possibilità di investimento. Oggi, l’incertezza arriva soprattutto dal contesto internazionale. Per questo la stabilità deve essere accompagnata da politiche industriali capaci di dare alle imprese una prospettiva e consentire loro di investire nel lungo periodo».
L’energia resta uno dei principali problemi. Cosa si può fare?
«L’energia non è una semplice commodity: lo sarà sempre meno con la trasformazione tecnologica. L’Europa deve rafforzare una politica comune di approvvigionamento e un mix energetico strutturato. Non possiamo essere troppo dipendenti da singole aree del mondo ed esporre imprese e famiglie a continui scossoni geopolitici. Anche sul nucleare è necessario tornare a discutere senza tabù: i Paesi con costi energetici più competitivi spesso hanno anche questa componente nel loro mix».
Sul lavoro c’è un paradosso: record occupazionali e difficoltà delle imprese a trovare le competenze.
«Il mismatch è centrale. Ma dobbiamo allargare il concetto di lavoro povero: non è soltanto una questione salariale, è anche un lavoro privo di prospettiva. Una domanda che spesso ci fanno i giovani è: A cosa mi stai chiedendo di contribuire con le ore della mia intelligenza? Dobbiamo proporre una traiettoria di costruzione, nella quale una persona veda che il proprio lavoro contribuisce a costruire qualcosa di positivo per sé e per la società. E l’intelligenza artificiale renderà ancora più urgente investire nella formazione, soprattutto dei giovani».
Il Meeting sarà segnato dalla presenza del Papa, nel quarantesimo anniversario della Cdo. Che cosa significa per voi?
«È un’occasione straordinaria, della quale siamo onorati. La prima posizione sarà quella dell’ascolto: attendiamo le parole che il Papa vorrà rivolgerci. La sua presenza acquista un significato particolare anche alla luce della sua enciclica, che ci interroga sui cambiamenti del mondo, sul lavoro e l’impresa. Non vorremmo limitarci a un commento immediato, ma lavorare su quel messaggio perché diventi un contributo concreto alla costruzione delle imprese, delle famiglie e del bene comune».
