Guai a chi ci spaccia per il Terzo Mondo

Lo so che il muovere obiezioni al clima da veglia funebre - o da rivolta degli schiavi - dominante adesso in Italia può sembrare una provocazione, un'offesa alla realtà che ci circonda. Gli indici economici sono tutti negativi - con l'eccezione della Borsa -, le imprese falliscono o chiudono, i negozi abbassano le saracinesche, i cartelli d'affittasi sono innumerevoli, le code alle mense popolari s'allungano. Il pianto, il lamento la rabbia, gli urli sono ormai la trama dei talk show televisivi, i conduttori sollecitano e attizzano piazze furenti e danno spazio alla loro disperazione. Cosa si può mai trovare di positivo in questo quadro tutto rovina, declino, sfacelo?
Non si può trovare nulla. Tranne la modesta considerazione che l'Italia non è il Biafra (...)

(...) o il Bangladesh anche se tale appare sui teleschermi e nelle descrizioni di molti politici (i quali, e qui sta l'assurdo, sono i maggiori responsabili dei guai in cui il Paese si dibatte). L'Italia non è un Paese affamato e lacero del terzo o quarto mondo, è un grande Paese moderno, appartenente al club esclusivo dei privilegiati, affetto da difficoltà gravissime. Il nostro impoverimento è innegabile e deprecabile, ma scendiamo verso la povertà da una condizione di ricchezza. Mi spiego meglio, pur consapevole del fatto che sarò in ogni caso coperto d'insulti terribili del popolo dei blog.
La disoccupazione giovanile imperversa, nessuno può negarlo. Ma imperversa in una Italia dove i pizzaioli sono quasi tutti egiziani, essendo difficile trovarne d'italiani, e i mungitori sono quasi tutti indiani, per la stessa ragione. Mi riferisco a gente con buon salario regolare e contributi in ordine. Conosco i drammi di ragazzi e ragazze, anche preparati, che si affannano nel cercare un'occupazione, e non la trovano. Perché la crisi incide terribilmente, d'accordo. Ma anche perché in generale sono disponibili per mansioni burocratiche in una società che richiede specializzazione tecnica, anche o soprattutto manuale. L'Italia si affloscia anche perché l'artigianato muore.
La disoccupazione selettiva - accetto un lavoro se mi piacciono le condizioni offerte - è un titolo d'orgoglio delle nazioni appartenenti al primo mondo. Guai se andasse perduto. La disoccupazione selettiva è per fortuna molto diversa dall'arruolamento dei bambini nelle fabbriche e dal caporalato d'un tempo (che magari si riaffaccia per gli immigrati). Le conquiste di dignità e di libertà raggiunte devono essere preservate a ogni costo. Ma il disprezzo per il lavoro manuale è cresciuto ed è stato alimentato in un Paese dove ogni demagogo sproloquiava su operai e contadini, quasi che fossero ancora la maggioranza della popolazione. A mio avviso sarebbe bello - ma temo non utile dal punto di vista dell'audience - che i Santoro, i Formigli, i Lerner, rivendicanti il merito d'essere apostoli del popolo, ricordassero talvolta anche questi risvolti del problema Italia. Silvio Berlusconi, da farfallone quale è, disse un giorno che tanta crisi non poteva esserci se i ristoranti erano pieni e le agenzie di viaggio organizzavano a milioni i viaggi all'estero. Per avere detto questo fu subissato di contumelie. Di sicuro era imprudente esprimersi così, ma insieme a un ottimismo allegrone c'era un fondo di verità nelle sue osservazioni. L'Italia soffre. Come la Spagna, come la Francia, come il Portogallo, come la Grecia. Soffre molto. Ma il Burkina Faso è tutt'altra cosa.

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di Mario Cervi

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