"I cinesi copiano idee e divani e sfruttano i miei operai in nero"

Lo sfogo dell'imprenditore Natuzzi: "Ho scritto a Napolitano per denunciare concorrenza sleale e connivenze di istituzioni e sindacati. Non mi ha risposto"

Nostro inviato a Matera

Forse è solo una leggenda metropolitana, ma in Basilicata si racconta che una volta Pasquale Natuzzi, l'inventore dei salotti Divani&Divani, sia stato fermato da un connazionale durante un'importante fiera internazionale del mobile: «Complimenti Pasquale, ho appena visitato il tuo stand qui a fianco, i tuoi divani sono veramente eccezionali». E Natuzzi, sorpreso: «Ma quale stand qui a fianco? Io lo stand ce l'ho dall'altra parte della fiera...». In realtà lì a fianco c'era davvero uno stand con dei divani bellissimi, ma il marchio non era Natuzzi, bensì Natuzzy: a clonare perfettamente il logo, insieme con molti dei modelli della linea Divani&Divani, era stata una ditta cinese.

Come i cinesi riescano a duplicare con efficienza le «creature» griffate Divani&Divani per Pasquale Natuzzi, 74 anni, non è un segreto. La verità - da anni - è sotto gli occhi di tutti, anche se si finge di non vederla. A cominciare dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al quale Natuzzi ha scritto una lettera senza mai ottenere lo straccio di una risposta. La missiva denuncia la piaga del lavoro nero e la connivenza delle istituzioni dinanzi a una concorrenza sleale: ditte senza scrupoli che grazie a controlli inesistenti riescono a produrre (con costi industriali di 25 centesimi al minuto contro una media di 92 centesimi), e quindi a vendere al pubblico a prezzi stracciati. E così, paradossalmente, a rischiare di restare fuori mercato, sono gli imprenditori onesti: super controllati dal fisco e rispettosi delle leggi. Su questi ultimi incombe sempre l'incubo di Equitalia, mentre ai signori taroccatori tutto è permesso. Come dimostrano i recenti scandali dei capannoni-lager scoperti a Prato e le mille altre piazze figlie del terziario selvaggio. Ma ciò che sta accadendo nel - una volta florido ma oggi in declino - distretto lucano-pugliese del salotto ha davvero dell'incredibile. Alcuni degli operai messi infatti in cassa integrazione da Natuzzi si sono trasformati in mano d'opera specializzata per ditte concorrenti che «fotocopiano» i divani Natuzzi. Per capire esattamente come funziona il «giochetto», basta fare un giro nel triangolo del salotto compreso tra le zone industriali di Matera (Basilicata), Ginosa e Laterza (Puglia). Qui, per anni, Pasquale Natuzzi ha espresso il massimo del suo potenziale manageriale esportandolo in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Il clou del successo ha coinciso con la quotazione del gruppo alla Borsa di New York, poi un lento declino. Nell'antico quartier generale del «suo» Mezzogiorno, Natuzzi ha preso confidenza con la cassa integrazione. E la concorrenza ha iniziato a prendere confidenza coi cassaintegrati by Natuzzi. Come? Offrendo loro stipendi in nero in cambio di una professionalità costruita per Divani&Divani, ma ora al servizio di marchi «nemici».

«I soldi della Cassa integrazione non mi bastano a sfamare le la famiglie - ci racconta una ex «tuta bianca» che ha lavorato una vita per Natuzzi - per arrotondare le entrate faccio il cottimista in una ditta che subappalta i divani a un gruppo di cinesi. Loro, i cinesi, lavorano giorno e notte. Dormono e mangiano nella stessa fabbrica. In pratica vivono da reclusi. Io no, faccio le mie 5 ore e torno a casa. Non è un lavoro pesante: devo controllare che gli standard qualitativi vengono rispettati. Alla fine porto a casa 800 euro al mese e questo mi permette di sopravvivere decentemente».

Pasquale Natuzzi, ovviamente, non ce l'ha con questa gente. Sa bene che quella che si consuma sotto i suoi occhi è spesso una guerra tra poveri sui quali non è giusto accanirsi. Ma Natuzzi sa altrettanto bene che alle spalle dell'esercito dei poveri si muovono enormi interessi sui quali sarebbe giusto indagare. «Questo modello di economia - sottolinea Natuzzi - non genera ricchezza, ma solo barbarie e dietro c'è chi si arricchisce e non ha il passaporto cinese».

Di qui una sfilza di denunce (con nomi e cognomi dei grandi committenti) che Natuzzi a presentato a tutti i livelli, ottenendo però come unico risultato quello di essere oggi inviso a tanti, a cominciare dai suoi stessi colleghi di categoria. Rapporti difficili anche con la classe politica («Il Parlamento fa orecchie da mercante») e rottura completa coi sindacati («Spesso complice di un sistema illegale»). Un esempio per tutti: la Camusso, segretaria della Cgil, messa al corrente delle assunzioni in nero degli operai in cassa integrazione, ha avuto il coraggio di rispondere che questo «non è un problema del sindacato ma della magistratura». Esasperato Natuzzi ha scritto a Napolitano. La sua lettere si concludeva con questa frase: «Oggi esistono due realtà sovrapposte che non possono più convivere. Una che rispetta le leggi e l'altra che agisce in maniera sotterranea, senza dar conto a nessuno di ciò che fa e come lo fa. Queste due realtà non possono più convivere. Delle due l'una: o vince la legalità e il sommerso soccombe, o vince il sommerso a scapito della legalità. Non ci daremo pace finché non avrà prevalso la prima». Dal Colle nessuna risposta.

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