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Il Pd pensava fosse fascismo, invece era il cappotto termico

Scritte sui muri di una scuola scambiati per slogan nazi: erano i segni degli operai

Scritta scuola Pisa Pd

In principio fu il «Memento audere semper» dannunziano sulla mascherina di Salvini additata come vergognosa apologia del Ventennio. Poi fu la volta dell’equivoco natalizio-repubblichino, quello per cui ogni luminaria con la scritta «XMas» - innocua seppur linguisticamente orrenda abbreviazione di Christmas in inglese - diventava un’insopportabile rievocazione della Decima Flottiglia di Julio Valerio Borghese. Infine toccò al braccio teso alla parata del 2 giugno, quando il comando di «attenti a sinist’» fu preso per un saluto romano. Al caravanserraglio dell’«al lupo, al lupo» mancava solo il fantafascismo edile, ma per fortuna siamo arrivati anche a questo.

È capitato a Pisa, dove sulle pareti della scuola primaria Collodi sono comparsi degli scarabocchi e una scritta, tracciati con una bomboletta spray. Nera, ovviamente. Abbastanza da spingere la senatrice dem Ylenia Zambito a indignarsi e il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana Antonio Mazzeo a tuonare: «Simboli e scritte riconducibili all’immaginario nazi-fascista, un gesto gravissimo per cui mi auguro siano individuati

i responsabili». Giusto, anzi sacrosanto, perché a dirla tutta non è infrequente trovare svastichelle dipinte e slogan mussoliniani qui e là sui muri. Il problema è che stavolta il nazifascismo è negli occhi di guarda, un po’ come la bellezza.

Le presunte croci uncinate erano solo due frecce mal disegnate, ma comunque molto più simili a frecce che alle svastiche. E la scritta «SÌ FASCI» in realtà aveva pure un accenno di «A» finale che si è preferito non vedere, come la «H» che non si pronuncia. Beh, avranno pensato a Pisa: il fatto che la torre sia pendente non la fa meno monumentale, quindi il fatto che le svastiche siano rachitiche e la scritta semi-alfabetizzata non fanno i simboli meno hitleriani. Tanto vale comunque innalzare alti lai partigiani.

Quel che pensavano fosse nazifascismo, invece era un cappotto. Cappotto termico, non quello di cuoio nero da ufficiale della Gestapo. Già, perché gli autori del vile gesto erano in realtà gli operai impegnati nei lavori di ammodernamento dell’istituto: la fascia doveva passare proprio lì, dove gli uncini monchi delle croci-svastiche indicavano. Insomma, erano fascinosi manovali armati di fascette e non di fascismo. Con buona pace dei cacciatori

cronici di nostalgici in orbace che fanno di tutte le scritte un fascio e che hanno confermato per l’ennesima volta di non saper più riconoscere il linguaggio dei lavoratori.

Ora, si potrebbe intavolare un infinito valzer di frivolezze che parte dai mirini messi fuorilegge perché rimandano alle croci celtiche fino alla proposta di bandire i fasciatoi, ma anche no. Quel che fa riflettere è che se applicassimo il manuale delle malattie psichiatriche a questa carrellata di sintomi, ci sarebbero parecchi punti a favore per una diagnosi di disturbo paranoico per una discreta fetta della sinistra italiana, tendente a scambiare ombre di alberi per mostri. Perché prendere mulini per giganti è da Don Chisciotte, ma prendere muratori per gerarchi non è attenzione democratica, come ha chiosato il Pd, ma segno di ossessione. E dove c’è ossessione difficilmente c’è lucidità: da cani da guardia della democrazia a guardiani del cantiere il passo è breve.

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