Per avere un quadro chiaro delle elezioni di Reggio Calabria si deve ricorrere all’analisi di Francesco Cannizzaro, il sindaco che ha portato in dote al tesoriere di Forza Italia, Fabio Roscioli, i suoi voti. Perché senza quel consenso con tutti i meriti che si possono riconoscere all’eletto era difficile immaginare il successo di un candidato venuto da fuori, che si è presentato con l’espressione infelice «sono un paracadutato», contro un personaggio come l’ex-capogruppo azzurro in regione, Domenico Giannetta, benedetto dal generale Vannacci, il personaggio del momento.
Spiega Cannizzaro che per natura non ha peli sulla lingua: «Vannacci ha fallito. Il suo candidato ha avuto meno voti di quelli che aveva preso alle regionali. Quindi il generale non ha portato nulla e semmai ha rubato voti ai grillini, non a noi». E ancora: «La Forza Italia che ha vinto è quella che considera Vannacci incommestibile. Noi siamo agli antipodi. Andremmo in sofferenza di fronte ad un’alleanza con il generale. Non se ne parla proprio!». Questo è l’ammonimento che è venuto dal voto di ieri per Forza Italia. Un messaggio interessante per tutto il partito, da Tajani a Occhiuto, che avrà un riscontro anche a livello nazionale. Un segnale importante perchè seppure non ci sia stata una grande affluenza, quella percentuale di votanti attorno al 25% rappresenta più meno il doppio di quella registrata nelle altre suppletive.
Ma il significato più importante è politico: la Forza Italia che ha vinto ieri a Reggio è quella che considera impossibile un’alleanza con il generale. È l’anima del partito (diversa da quella più pragmatica) che se si vedesse costretta a un’alleanza con Vannacci rischierebbe di perdere pezzi del proprio elettorato. È l’anima custode della piattaforma politico - culturale su cui Berlusconi ha forgiato il centrodestra e che non accetterebbe mai un’egemonia del generale - e delle sue «linee rosse» - sulla coalizione.
Naturalmente se vai sul versante di Vannacci l’analisi è completamente diversa. Osserva il suo luogotenente Ziello: «Per un partito nato qualche mese che prende l’11% nel collegio più forzista d’Italia si tratta di un risultato eccezionale: Occhiuto l’ha presa in quel posto visto che ci voleva sotto il 10%. Si debbono mettere in testa che l’Italia non è tutta Reggio Calabria. Dicono che non vogliono l’alleanza con noi, ma se Di Battista - faccio un esempio - prendesse l’11% di voti a Bologna, la Schlein correrebbe ad allearsi con lui. Possono fare tutti i calcoli che vogliono ma per vincere debbono passare da noi».
Siamo agli antipodi. Ognuno dice la sua. E le due analisi contrapposte rendono ancora più complesso il rebus della Meloni. Riducono i margini di manovra della coalizione. A Reggio, infatti, vincono gli eredi del Cav più lontani dal generale, quelli che non prendono neppure in considerazione l’ipotesi di un’alleanza. «Non esiste - taglia corto Giorgio Mulè - e non esiste, da quanto ne so, neppure per la Meloni». Ma è anche vero che se il risultato di Vannacci fosse proiettato a livello nazionale peserebbe non poco sull’esito del voto. E, si sa, che in molti la voglia di vincere prevale. Ecco perché da qui ai prossimi mesi il tema continuerà a tenere banco.
La Premier si rende conto di quanto possa essere insidioso il generale: la coalizione potrebbe perdere i voti moderati e quel nome può diventare il collante di una santa alleanza che dal centro arriverebbe fino alla sinistra: è la minaccia che Calenda ha fatto alla Meloni. Di contro più si avvicina il voto, più i calcoli assumono un rilievo maggiore. E cambiano gli umori. «Ora dobbiamo essere duri con il generale e poi decidere guardando i numeri»: è il consiglio di un anti-Vannacci convinto, il viceministro leghista Rixi. Appunto, mai dire mai.
