Al Salone delle Colonne a Roma, quartiere Eur, si celebra il battesimo del nuovo partito di Ruffini e Gabrielli. Lo «sbirro» e «l’esattore» si ritrovano insieme per dare una mano al Campo largo contro la premier Giorgia Meloni. «Preferite l’evasore e il delinquente?» rompe così il ghiaccio all’assemblea l’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. I sondaggi quotano la neo-creatura, ribattezzata «Più Uno», sotto l’1%. Possibilità di sfondare la soglia del 3? Zero. Con Alessandro Onorato la trattativa è già morta, tra insulti e accuse. Gabrielli e Ruffini guardano a Matteo Renzi che li aspetta per una lista centrista. C’è lo scoglio delle firme. Ecco Bruno Tabacci, con il suo Centro Democratico, simbolo sul mercato ormai dal 2008. Mancano tre deputati per chiudere l’operazione e ufficializzare la componente del Misto a Montecitorio. Arriva subito Riccardo Magi, praticamente alle porte di Più Europa, pronta ad abbracciare Calenda e Picierno. Ne manca uno. Forse arriverà dall’ala democratica vicino a Roberto Gualtieri. C’è però chi si sfila e molla il progetto: l’ex ministro Vincenzo Spadafora diserta l’assemblea al salone delle Colonne. Ruffini prova a imitare Monti ma rischia di fare la fine di Bocchino e Fini con Futuro e Libertà. All’Eur, tra luci soffuse e colori sgargianti, non ci sono i leader del campo largo. Spunta «il leader», il vero federatore in pectore: Roberto Gualtieri che incassa applausi e guarda all’investitura. «Abbiamo tutte le carte per vincere, centrosinistra deve tirare fuori un programma e unirsi». E poi liscia il pelo a Gabrielli e Ruffini: «Due pesi massimi». Non c’è la sorpresa. In platea facce da «scrivania», burocrati ed ex renziani. Dalla Toscana Cecilia Del Re, ex assessore Pd. Si rivede un vecchio sostenitore del Matteo rottamatore: Tommaso Ederoclite, di cui s’erano perse le notizie dal referendum del 2016. A metà pomeriggio, tra sbadigli e caffè, arriva il primo sussulto: ecco il simbolo. La scritta Più Uno in maiuscolo e di colore blu, con l’accento rosso. Sotto una striscia tricolore e, sotto ancora, una scritta in rosso: uguali per costituzione. La seconda sveglia giunge da Firenze. Vincenzo De Luca, intervistato alla festa del Foglio, attacca a testa bassa: «Sono insofferente di questo pulviscolo, di questa balcanizzazione dei partiti del nostro Paese, adesso se ne stanno formando altri prima delle elezioni, c’è Progetto civico che io ho definito paraculismo civico», poi «Più Uno, Gabrielli altri movimenti del centro, una cosa insopportabile, queste cose servono a creare spazi per trovare posti, non c’entrano niente con l’Italia e con il destino dell’Italia». L’ex sbirro Gabrielli si associa al coro delle bordate contro il campo largo: «Il centrosinistra è uno schieramento che dovrebbe essere più occupato a fornire al Paese delle proposte. Il problema è dare risposte, non mettere Pippo, Pluto o Paperino. Se continueremo ad avvilupparci su queste cose riconsegniamo il Paese a chi, se non altro, ha una leadership forte. La proposta sarà offrire una ricetta credibile e realizzabile» dice dal palco. Da Bologna arrivano gli auguri di Romano Prodi, altro regista ombra dell’operazione Ruffini-Gabrielli. Alle primarie sarà mister Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, a scendere in campo. «Puntiamo al 5%» dicono i suoi sostenitori. Dal campo largo piovono battute: «Volano alto, non andrà oltre il 3.5%». L’obiettivo è garantirsi un diritto di tribuna nelle liste dem. Tutto qui. Un paio di seggi. Partita chiusa
