Dalla scuola alla cittadinanza, dai luoghi di culto ai predicatori, fino al blocco dei finanziamenti provenienti dall’estero: la Lega presenta alla Camera il suo pacchetto di norme per contrastare l’integralismo islamico e fissare regole più rigide per chi vive in Italia. Al centro della manovra c’è il decreto scuola, atteso nell’odierno Consiglio dei Ministri e definito urgente, «perché non c’è tempo da perdere». Le misure previste introducono un tetto agli studenti stranieri e il divieto di indossare burqa e niqab negli istituti scolastici.
A guidare l’offensiva politica è Matteo Salvini, con una linea d’attacco frontale: «L’Islam politico è il nemico pubblico numero uno. Invece dell’islamofobia, bisogna preoccuparsi della cristiano-fobia, perché qui in Europa tra un po’ c’è la caccia al cristiano e all’ebreo». Il leader leghista rivendica l’approccio rigido su ogni fronte, invitando sindaci e prefetti a un censimento serrato delle realtà islamiche irregolari. E sulla cittadinanza, Salvini lancia un avviso agli 8mila primi cittadini italiani: «Se chi arriva per giurare non parla l’italiano non date la cittadinanza, altrimenti è una truffa e un abuso». «Finirà male se non li fermiamo prima, altro che islamofobia: il rischio vero che lasciamo ai nostri figli è l’Italia islamizzata».
A difendere l’impostazione tecnica del provvedimento interviene in collegamento il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che respinge seccamente ogni accusa di discriminazione: «Il senso di questa legge si basa sui test Invalsi, che registrano un ritardo cronico: il 51% degli studenti di prima generazione non raggiunge i livelli minimi in italiano. Vogliamo assolutamente evitare di creare le condizioni “Alabama anni Cinquanta”, con le scuole-ghetto e il fenomeno del “white flight”, ossia le famiglie italiane che portano via i figli». Il ministro difende la misura anche dalle critiche di strumentalizzazione, replicando sia alle parole del Colle — «Il President ha parlato di integrazione e anche noi vogliamo l’integrazione» — sia a quelle dei vannacciani: «Sono anni che ci occupiamo di questo tema, semmai è Vannacci che insegue noi».
Nel merito, la distribuzione degli alunni sarà affidata agli uffici scolastici territoriali, chiamati a coordinare i dirigenti per evitare concentrazioni eccessive di studenti con difficoltà linguistiche nelle stesse scuole e favorire una presenza più equilibrata sul territorio. Qualora non fosse possibile rispettare il limite, è prevista la possibilità di deroghe, accompagnate da un rafforzamento dell’insegnamento dell’italiano. Un secondo capitolo riguarda il divieto di burqa e niqab: le famiglie non potranno sottrarre le ragazze alla scuola per aggirare il divieto.
Infine, sono previsti corsi d’italiano obbligatori per i genitori dei ragazzi con difficoltà di apprendimento.
Sul dibattito interviene anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che sostiene l’impianto della riforma: «Non ho capito la polemica. L’obiettivo mi è sembrato quello di aiutare l’integrazione. Lo trovo bellissimo. Io sono convinto che l’integrazione si aiuti non mettendo in una classe persone di 10 nazionalità e qualche italiano disperso».
L’iniziativa del Carroccio trova invece una barriera immediata nelle istituzioni ecclesiastiche. Dal segretario della Cei, l’arcivescovo Giuseppe Baturi, arriva uno stop alle quote: è «inammissibile che un percorso educativo sia diverso a causa della “latitudine” in cui si nasce».
