Kyenge scarica il barile dei Cie: "La responsabilità è di Alfano"

Nel mirino per la vicenda immigrazione e attaccata dai suoi stessi compagni di partito, la titolare dell'Integrazione si chiama fuori: io do solo linee guida

Il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge
Il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge

Lo scaricabarile è un vizio molto italiano che la ministra Cécile Kyenge ha imparato presto. In crescente difficoltà all'interno del suo stesso partito, immobile davanti alle emergenze degli sbarchi e alle vergogne dei centri di accoglienza (gestiti da cooperative aderenti a Legacoop), la signora non trova di meglio che ripulirsi la coscienza con un'intervista all'Unità, giornale amico. Una chiacchierata il cui senso è evidente: come responsabile delle politiche di integrazione non ha colpa di niente, e nulla può fare per migliorare le condizioni di chi si trova chiuso nei Cie. «Il mio impegno è definire le linee guida per adeguare il nostro sistema dell'accoglienza all'Europa», dice. Fissare criteri di intervento, spiegare cosa fare, ma non intervenire. «Ci vuole un monitoraggio costante, non quello una tantum che serve solo a dire che tutto è perfetto»: altro auspicio senza entrare nel dettaglio. «Intervenire sulla qualità della vita è un impegno che riguarda tutti, ciascuno con le sue competenze, e io mi occupo di integrazione»: così dice Kyenge.

Integrazione, non accoglienza. Che tocca al Viminale, cioè ad Angelino Alfano. Ed eccoci allo scaricabarile. «La competenza sui Cie è del ministero dell'Interno. Però il Parlamento è sovrano e può fare un percorso». Quale? La ministra non lo specifica, non le compete. Se ancora non fosse chiaro, Cécile Kyenge avverte che da lei è meglio non aspettarsi granché: «Il mio incarico all'Integrazione rischia di creare aspettative che vengono deluse», confessa ancora all'Unità. Lo sfogo è in parte comprensibile. Nel Pd non ne possono più. Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha impugnato la bandiera dello ius soli (la cittadinanza a chiunque nasca in Italia indipendentemente dall'origine della famiglia): ne aveva parlato anche Kyenge, ma il suo timido intervento non è ritenuto adeguato. Il neosegretario Matteo Renzi si è fatto un viaggetto a Lampedusa, dove è stato registrato il video con i maltrattamenti. Il nuovo presidente del partito, Gianni Cuperlo, ha passato la mattinata di domenica al centro di espulsione di Ponte Galeria, alle porte di Roma, in condizioni disumane. E il deputato Khalid Chaouki si è autorecluso nel centro di Lampedusa per protesta.

Molti, nel Pd, premono perché Chaouki prenda il posto dell'inconcludente ministra nel caso di un rimpasto di governo: è giovane, intraprendente, tessera Pd e origini africane. Il nervosismo di Cécile Kyenge è tangibile. A Ponte Galeria gli immigrati fanno lo sciopero della fame e si sono cuciti la bocca per manifestare contro le condizioni del centro di accoglienza. Due di essi, con altri due migranti, sono stati espulsi verso Tunisia e Marocco. Ma la protesta non accenna a diminuire, altri immigrati hanno deciso di cucirsi le labbra: al momento sono in 10. A Lampedusa sono trattenute da mesi persone che, avendo chiesto asilo politico, dovrebbero essere trasferite altrove. L'Europa minaccia di tagliarci i fondi per affrontare l'emergenza sbarchi. Un coro crescente di voci, dalla Cgil all'Osservatorio carceri dell'Unione delle camere penali passando per le associazioni umanitarie e il partito di Vendola, chiedono la chiusura dei centri di identificazione. In questo drammatico contesto la ministra fa sapere, tramite l'Unità, di essere andata «alla stazione Termini a vedere ma anche a servire». E non trova di meglio che scaricare il barile su Alfano. Operazione agevole, visto che l'uomo del Viminale non appartiene al Pd. Ma anche in questo goffo tentativo di riacquisire autorevolezza la titolare dell'Integrazione è inciampata in una gaffe. Perché parte delle deleghe sull'immigrazione (oltre a quelle sul Dipartimento della pubblica sicurezza) sono in mano al viceministro Filippo Bubbico. Un suo compagno di partito.

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