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La deriva della Cgil: pensa alla “rivolta” più che ai lavoratori

Più interessato alla politica che alle vertenze sindacali. Landini si muove per abbattere la Meloni, già definita “cortigiana”

Paradosso Il sindacalista e segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini

Pochi contratti, molte polemiche. Poco lavoro, molta «rivolta». La deriva della Cgil si potrebbe sintetizzare così. Il sindacato della sinistra, nato sì come «cinghia di trasmissione» del partito, ma capace poi di conquistare autonomia e prestigio, da tempo non esiste più. E non solo perché tra i suoi iscritti, da tempo, i pensionati hanno acquistato grande peso a scapito dei dipendenti attivi.

No, non è solo questo dato statistico che ha mutato la fisionomia della più importante organizzazione sindacale del Paese. La Cgil, sotto la guida di Maurizio Landini, sembra pensare solo incidentalmente alle questioni dei lavoratori e agli accordi da firmare. E molto alla politica. Anzi, alla «rivolta» contro l’operato del governo e contro «la destra». Come un cespuglio della sinistra oltranzista, al pari dell’Anpi. Era il 6 novembre 2024 quando il segretario generale, a Milano, a margine di un’assemblea, contestando la legge di bilancio e annunciando lo sciopero generale del 29 novembre, tirò fuori questo exploit ideologico-lessicale: «Credo sia arrivato il momento di una vera e propria rivolta sociale perché avanti così non si può più andare». La formula era sufficientemente ambigua da destare inquietudini, più che comprensibili. Troppo anche per il leader Cgil con un passato Fiom (il sindacato dei metalmeccanici). Landini quindi dovette in parte precisare, ma in sostanza confermare il suo «appello». «Significa non voltarsi dall’altra parte rispetto alle diseguaglianze e mettersi insieme per cambiare le cose», disse per esempio in un’intervista che parlava di «governo autoritario».

Eccolo, il tarlo ideologico che ha segnato la storia dei comunisti europei per tutto il Novecento, fino a oggi, divaricandola da quella della socialdemocrazia: riformare non basta, ottenere miglioramenti non basta. Bisogna rivoluzionare, rivolare, e soprattutto combattere la destra, con ogni mezzo (lecito ovviamente). Anche con lo sciopero, prevalentemente politico. Come quello per la Flotilla, che poco meno di un anno fa ha bloccato l’Italia per sostenere la missione propagandistica dei pro Pal contro Israele. «La Cgil ha indetto per venerdì 3 ottobre uno sciopero generale nazionale di tutti i settori pubblici e privati, per l’intera giornata. È una mobilitazione che unisce rivendicazioni nazionali e internazionali: in difesa della Flotilla, dei valori costituzionali, e per la causa palestinese». Nel frattempo, alla Cgil sembra essere sfuggito il mesto destino di Fiat oggi Stellantis - come da sinistra ha fatto spesso notare l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, oggi leader di «Azione». «Landini si è disinteressato» ha incalzato Calenda. Non si è disinteressata della presidente del Consiglio, la rivolta ideale di Landini, tanto che - sempre nell’autunno caldo dello scorso anno - un po’ inciampando sulle stesse irriguardose intenzioni, ha definito Giorgia Meloni «cortigiana di Trump», scatenando reazioni indignate, non solo nel centrodestra, e accuse di sessismo. Il solo pensare a Luciana Lama, comunista ma di altro stampo, ora induce a una struggente nostalgia.

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