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La “flotilla” dei vip sbarca al Lido per censurare Israele

Anche quest’anno scatta l’appello pro Pal alla Mostra del cinema di Venezia. Il boicottaggio dimentica il 7 ottobre

Festival

Quaranta sigle, oltre cento firme e un panel fissato per martedì 8 settembre alle 17.30 alla Casa degli Autori. La flotilla di Venice4Palestine torna, un anno dopo il primo appello, a bussare alla porta della Biennale di Venezia con una richiesta che nella forma è cambiata poco e nella sostanza per nulla: sospendere ogni accordo con enti e istituzioni «legate al governo israeliano», issare la bandiera palestinese per tutta la durata della Mostra del cinema, costruire uno scudo legale per chi vorrà rifiutarsi di lavorare con quel Paese. Nell’elenco dei primi firmatari compare Annie Ernaux, che con il suo Nobel dà lustro all’operazione; compare Roger Waters, ormai presenza fissa di ogni appello del genere; compaiono Matteo Garrone, Laura Morante, Anna Foglietta, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Jasmine Trinca e altri nomi di peso. Il cast completo del cinema militante al quale si aggiungono i soliti noti: Tomaso Montanari, Pino Arlacchi, Ascanio Celestini...

La tragedia di Gaza merita l’attenzione del mondo intero e si possono avere opinioni diverse. Però dovrebbe essere chiaro che un conto è punire un regime, un altro è chiedere a una manifestazione culturale di trattare gli artisti di un intero Paese come portatori sani di colpa collettiva. Qui sta la vera domanda che l’appello non si pone mai: se la logica è «sospendere gli accordi con le istituzioni legate a un governo che viola il diritto internazionale», perché fermarsi a Israele, che tra l’altro, ricordiamolo, rigetta queste accuse con precise motivazioni giuridiche? La Biennale d’arte ha già attraversato, nella edizione in corso, la controversia sul padiglione russo e le dimissioni in blocco della giuria internazionale, che voleva escludere proprio Israele dai premiabili. È lunga la lista dei governi che potrebbero essere considerati fuori dal diritto internazionale. Che si fa, si accompagnano tutti all’uscita? In realtà è contestata sempre e solo la presenza di Israele. La selettività prova che qui non si sta applicando un principio, si sta scegliendo un bersaglio.

Tra l’altro, al Lido, ci sono due film palestinesi Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna e Hiwar ma’albahr di Muayad Alayan, anche se entrambi fuori concorso. L’anno scorso la Mostra premiò un film apertamente schierato dalla parte del popolo palestinese, La voce di Hind Rajab. Inoltre, la Biennale diede voce ai testimoni della guerra di Gaza, ad esempio al cardinale Pizzaballa. Gli unici a non dire una parola furono gli israeliani.

Un anno fa, il corteo Pro Pal sfilò al Lido facendo proprio lo slogan «dal fiume al mare», quello con cui Hamas non chiede diritti ma cancella Israele dalla carta geografica. Fu la prova plastica, per chi ancora fingeva di non vederla, che la sovrapposizione fra antisionismo e antisemitismo non è un’invenzione dei critici ma una realtà. A rileggere oggi lo stesso appello, con lo stesso calendario e in parte le stesse firme, viene da chiedersi se non si stia cercando di replicare la stessa figuraccia. Ed è bizzarro, ma sintomatico, che nel testo non compaia mai una parola sul 7 ottobre: l’attentato terroristico ai danni di Israele da cui nasce la guerra a Gaza semplicemente non esiste, è stato rimosso dalla cronologia come se la storia cominciasse solo con la risposta israeliana. Il resto è liturgia ormai collaudata e perfino noiosa: il richiamo a Genova 2001, la citazione di «un altro mondo è possibile», l’invocazione rituale contro «il bullismo oppressivo dei nostri governi» e «le narrazioni mistificatorie dei media compiacenti».

Alla Mostra del Cinema, che si terrà dal 2 al 12 settembre, toccherà ancora una volta decidere se un festival debba essere un luogo dove si proiettano film o un tribunale dove si processano Stati.

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