Ma come, perché la sinistra non parla più di quote rosa, quel paradiso artificiale che dovrebbe santificare la doverosa parità delle donne? Ci erano voluti 76 anni, dal 1946 al 2022, per avere la prima donna presidente del Consiglio dei ministri. Altro che alternanza di genere come si fa adesso nelle schede elettorali per garantire almeno sulla carta una presenza equa. Giorgia Meloni era salita a Palazzo Chigi dopo trenta (30) uomini, un campionario umano e politico che ha segnato la storia del Paese: perseguitati e voltagabbana del fascismo, democristianacci e comunistoni, galantuomini e mestatori, miliardari e travet, donnaioli e gay riservati.
Ed è finita come sappiamo, con Giorgia Meloni che a neppure cinquant’anni ha superato tutti i predecessori per longevità dell’esecutivo. Nel ventunesimo secolo inoltrato sembra un traguardo naturale, ma nei decenni scorsi la tempra di un premier si misurava anche sull’abilità nel resistere a ribaltoni, congiure e rimpasti che appena avviati sfociavano nella caduta del governo. Forse memore della storia repubblicana, la leader di Fratelli di Italia ha scelto di cambiare assetto: non governare per schivare gli ostacoli, ma governare per fare strada. Salvo imprevisti, il suo gabinetto può avviarsi a completare la legislatura con la garanzia di incrementare di tot mesi e giorni un record che non potrà essere battuto per almeno sei anni da un premier differente. Senza contare che un’ipotetica rielezione di Giorgia Meloni nel 2027 - lei sicuramente ci riprova - renderebbe di fatto il primato irraggiungibile per interi lustri. Considerazioni indigeste a sinistra che, in modo legittimo per un’opposizione, non vede l’ora che la premier esca di scena. Ma neppure una parola per la regina delle quote rosa che ha riscritto la narrazione della politica italiana. Già il «tetto di cristallo» saltato dopo decenni, con una donna di Fdi, era stato registrato come una curiosità statistica. Perché, da quelle parti, la quota che conta è soltanto una: quella rossa.
