I soldi, nel sistema dei carbon credit, possono cominciare a girare quando quelle tonnellate di CO2 diventano titoli commerciabili. Ed è proprio qui che si concentra uno degli interrogativi dell’inchiesta relativa all’affaire Lavitola-Ranucci. Un progetto ambientale non può attribuirsi da solo un determinato numero di crediti e metterli sul mercato come certificati: nei principali sistemi internazionali occorrono metodologie riconosciute, verifiche indipendenti, registrazione del progetto e, infine, l’emissione dei crediti all’interno di un registro. È questo passaggio che gli inquirenti vogliono ricostruire per le operazioni del faccendiere in Brasile e Camerun (sono soprattutto questi due i luoghi dove si sarebbe basato il suo business): verificare se i progetti avessero tutti i requisiti necessari per generare carbon credit, chi li avesse validati e verificati, attraverso quale standard e soprattutto se ai titoli eventualmente commercializzati corrispondessero crediti realmente emessi e registrati. Perché il valore economico nasce proprio lì.
Una tonnellata di CO2 ridotta o assorbita, una volta verificata secondo le regole dello standard utilizzato, può trasformarsi in un credito commerciabile. Ma se a monte mancassero la validazione, la verifica o la regolare emissione dei crediti, bisognerebbe comprendere cosa sia stato venduto, a chi e soprattutto con quale rappresentazione agli acquirenti. Ed è per questo che è decisiva la documentazione fiscale fornita da Natalia Potenza, che ha fornito la sua versione circa gli affari dell’ex compagno. Carte che, secondo quanto emerge dall’inchiesta, potrebbero consentire agli investigatori di ricostruire progetti, società, certificazioni, flussi finanziari e rapporti tra i diversi protagonisti. Una documentazione che arriva con la frattura ormai totale tra Potenza e Lavitola. Dopo la denuncia di Natalia per presunte molestie, Lavitola ha infatti respinto le accuse e ha deciso a sua volta di procedere con una denuncia per calunnia. Una mossa alla quale Potenza risponde direttamente attraverso Il Giornale: «Ingrato. Si preoccupa ancora della sua reputazione... Ma quando vedrà i testimoni, come potrà continuare a negare?».
Saranno naturalmente gli accertamenti della Procura a stabilire la fondatezza delle rispettive accuse. Ma sul fronte economico l’attenzione resta puntata sulle carte e su ciò che possono raccontare del business dei carbon credit. Poi rimane l’altro grande interrogativo, quello sul rapporto tra Lavitola e Sigfrido Ranucci. Se, come emerge dagli elementi già acquisiti nell’indagine, il loro rapporto era così stretto e il settore dei carbon credit rappresentava uno dei terreni sui quali i due si confrontavano, gli inquirenti dovranno accertare quale fosse concretamente il ruolo di ciascuno. Non basta l’amicizia e non basta lo scambio di informazioni per trarre conclusioni. La domanda è molto più circoscritta: Ranucci si limitava a raccogliere informazioni come giornalista o fornì a Lavitola un contributo concreto nelle sue attività? E, qualora vi sia stato, era a titolo gratuito?
