Il problema del Pd sono sempre gli elettori. Se non scelgono la sinistra, infatti, non è perché l’offerta politica è debole, le alleanze e le promesse sono poco credibili o i dirigenti hanno smarrito qualsivoglia rapporto con il Paese reale. No: è perché hanno studiato poco. La raffinata analisi arriva da Stefano Bonaccini, presidente del partito nonché europarlamentare, intervenuto ad Albenga per indicare i temi sui quali il campo largo dovrebbe costruire il programma in vista delle elezioni politiche del 2027.
“È un discorso che riguarda tutto l’Occidente e l’Europa”, ha esordito l’ex governatore dell’Emilia-Romagna sulla necessità di recuperare il voto della classe lavoratrice ai microfoni di Ivg, prima di mettere insieme “il voto al primo Trump, il voto alla Brexit, il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, Salvini e oggi forse a Vannacci”. Poi la sentenza: “È il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne delle città e di chi sta peggio economicamente”.
Eccolo, il cortocircuito perfetto. Bonaccini sostiene che la sinistra debba recuperare il voto della classe lavoratrice e nello stesso respiro descrive quella stessa classe come una platea poco istruita, impoverita e pronta a farsi sedurre da chi “parla alla pancia della gente”. Più che una strategia per riconquistare gli elettori, sembra il modo più rapido per perderli definitivamente.
Quando operai e periferie votavano a sinistra erano il popolo, la coscienza civile del Paese, il motore della democrazia. Ora che preferiscono Meloni, Salvini o Vannacci diventano improvvisamente persone che hanno studiato poco. Non è un’analisi sociologica, ma il consueto classismo elettorale mascherato da riflessione politica. Ed è soprattutto l’alibi prediletto di una sinistra incapace di domandarsi perché chi lavora, produce e fatica non si senta più rappresentato.
Bonaccini ha riconosciuto che negli ultimi anni si sono registrati “la perdita dei posti di lavoro” e “il dramma demografico”, mentre l’Europa, che un tempo rappresentava un terzo del Pil mondiale, oggi vale meno del 20 per cento. Da qui, secondo l’europarlamentare dem, la necessità di “occuparci un po’ di più del tema dei diritti sociali”, attraverso “una proposta chiara su lavoro, difesa e rilancio di istruzione e sanità”.
La diagnosi, almeno in parte, è persino condivisibile. Ma la cura diventa poco credibile se il medico considera il paziente un ignorante. Non si riconquista il consenso delle periferie spiegando ai loro abitanti che votano male perché hanno letto pochi libri. E non basta denunciare che “il Paese è più povero, più ingiusto e meno sicuro”, che “sono cresciute le tasse e i costi di carburante e bollette” e che “è crollata la crescita” per cancellare il disprezzo contenuto nella premessa.
Bonaccini ha infine rivendicato l’eredità dei governi precedenti sul Pnrr: “Quando sento Bucci rallegrarsi per un’opera finanziata con i fondi del Pnrr, io, da italiano, sono contento. Ma per fortuna che ci sono stati i governi Conte II e Draghi, che hanno votato a favore”. Resta però la sostanza politica dello scivolone: per il presidente del Pd chi sceglie la destra appartiene al pezzo meno istruito e più suggestionabile della società. Il vecchio riflesso della sinistra è ancora lì: se il popolo vota per noi è consapevole, se vota per gli altri non ha capito. E poi si chiedono perché non vincono.
