Tra meno di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per dire la propria opinione sul referendum della Giustizia in relazione alla separazione delle carriere. Magistratura Democratica, corrente di sinistra tra le più influenti tra i togati, si sta spendendo in maniera attiva per il “no” e usa ogni mezzo possibile per muovere la propaganda in questa direzione. Non manca di usare nemmeno Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “C’è l’unanimità: noi siamo eroi”, “Morti”, è il botta e risposta tra i due giudici in una vignetta di Repubblica
Eppure, quando era in vita, il giudice Falcone non era particolarmente simpatico, per usare un eufemismo, a Magistratura Democratica. Nonostante la comune area di riferimento progressista, tra il magistrato palermitano e la corrente di sinistra delle toghe si consumò una frattura profonda, caratterizzata da incomprensioni ideologiche e scontri diretti sulle riforme e sui metodi di contrasto alla mafia. Le tensioni iniziarono a manifestarsi con chiarezza nella seconda metà degli anni Ottanta. Falcone, pur essendo un magistrato profondamente legato ai valori costituzionali, aveva una visione estremamente pragmatica e specialistica della lotta alla criminalità organizzata. Magistratura Democratica, invece, guardava con sospetto ad alcune sue intuizioni.

Quando Falcone propose la creazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Direzione Nazionale Antimafia (DNA), Md si oppose. Parte degli esponenti della corrente accusò Falcone di essersi "piegato" al potere politico e di voler gerarchizzare la magistratura. Ci fu poi lo scontro quando si dovette nominare il consigliere istruttore nel Pool Antimafia di Palermo come successore di Antonino Caponnetto, il capo del Pool che nel 1987 decise di lasciare l'incarico per limiti di età, convinto che il suo testimone naturale fosse proprio Falcone.
I candidati principali erano due: Giovanni Falcone, l'anima tecnica del maxiprocesso, e Antonino Meli, un magistrato di lungo corso ma con pochissima esperienza specifica in indagini di mafia. Meli era più anziano di Falcone e, secondo una parte del CSM, questo doveva prevalere sul merito e sulla conoscenza del fenomeno mafioso. La votazione finì 15 a 10 a favore di Meli, con 3 astensioni. Nonostante Md fosse la componente più progressista della magistratura, una parte rilevante dei suoi rappresentanti nel Csm votò contro Falcone, risultando decisivi per la sua sconfitta.
Numerosi utenti hanno segnalato proprio questo caso come esempio di
ipocrisia sotto il post di Magistratura democratica che riprende la vignetta di Repubblica ma, d’improvviso, sono stati cancellati, quasi come se si fosse voluta nascondere la verità storica dei rapporti tra Falcone e Md.