Qualcuno sta provando a mettere una mascherina alla verità. E non è una metafora: è proprio il vecchio riflesso pandemico, quello per cui se non respiri non parli, e se non parli non fai domande. Peccato che a voler imbavagliare oggi siano gli ex sacerdoti del «palazzo di vetro», quelli che contavano i centesimi nelle tasche dei parlamentari e urlavano «trasparenza!». I Cinque Stelle di Giuseppe Conte, dopo l'epidemia, hanno cambiato pelle: da tribunale del popolo a condominio del Palazzo, dove si usano regolamenti, consuetudini e cavilli per evitare la cosa più semplice: raccontare agli italiani che cosa è accaduto davvero durante il Covid. Quando i giornali fanno inchieste e sollevano dubbi, la risposta non è chiarire: è attaccare chi chiede. È invocare censure. È insultare editori, come hanno fatto ieri con la famiglia Angelucci, e cronisti non allineati al verbo della nuova sinistra. E il Pd? Tace. Roberto Speranza, ministro durante la stagione più opaca, aveva persino scritto un libro per dirci come aveva «sconfitto» la pandemia. Per fortuna non uscì. Oggi però sarebbe utile un altro libro: quello su come - e se - è stata sconfitta la corruzione.
Oggi il Giornale pubblica prove su fatture false nell'appalto da 1,2 miliardi già nel mirino di Parlamento e toghe. E loro che fanno? La vecchia ricetta: non rispondere nel merito, ma colpire chi racconta i fatti. È così che si mette la mascherina alla verità: non per proteggerla, ma per soffocarla.