Napolitano ci dà ragione: non vuole tagliarsi le spese

Il Quirinale ribadisce al Giornale la sua contrarietà al decreto sulla spending review: "Non si è tenuto di conto dei risparmi già fatti, ma non c'è alcuno stop"

Napolitano ci dà ragione: non vuole tagliarsi le spese

Conferma i dubbi del Quirinale sul decreto Irpef nella parte in cui taglia fondi agli Organi costituzionali. Spiega che la nota del Colle a governo e Parlamento per segnalarli è stata effettivamente inviata e che il famoso subemendamento criticato penalizza troppo il bilancio della presidenza della Repubblica. Dice che su questo tema c'è un «accordo informale» sollecitato da Palazzo Chigi. In ogni caso, assicura che il Colle i tagli li sta già facendo e che comunque si rimetterà alla volontà del Parlamento.

Il giallo dei tagli agli organi costituzionali da ieri è un po' meno giallo, grazie a una lettera che il segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra ha inviato al Giornale a proposito dell'articolo intitolato: «Stop ai tagli di spesa al Quirinale. Giallo sul pressing di Re Giorgio».

Questi i fatti. Giovedì 5 giugno l'agenzia stampa Public Policy e ieri il Giornale hanno ipotizzato la riapertura del decreto Irpef alla Camera dopo il via libera del Senato, per i dubbi della Presidenza della Repubblica su un piccolo subemendamento introdotto al Senato da Lucio Malan (Forza Italia).

La modifica, passata con il nulla osta del governo Renzi, prevede che i tagli per il 2014 di 50 milioni di euro complessivi per Quirinale, Senato, Camera, Corte costituzionale, quelli di 5,3 milioni per Corte dei conti, Consiglio di Stato, Tar, Csm e quelli da ulteriori 18,24 milioni al Cnel siano «ripartite tra i vari soggetti in misura proporzionale al rispettivo onere a carico della finanza pubblica per l'anno 2013». Una formulazione che penalizza il Quirinale.

Ieri la replica del Colle, riportata per intero in basso, che, di fatto, conferma tutto, anche se assicura che il presidente Giorgio Napolitano, «non ha mai messo uno stop ai tagli di spesa del Quirinale, che invece ha sempre sollecitato».

Nel merito, Marra conferma di avere inviato la memoria al ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi e al presidente delle commissioni riunite Bilancio e Finanze del Senato, ma solo per «richiamare l'attenzione» sugli effetti del subemendamento.

La modifica Malan, conferma il segretario generale della Presidenza, «aumenta considerevolmente l'onere a carico del Quirinale e della Corte costituzionale e riduce per converso gli oneri a carico del Senato e della Camera, basandosi sul criterio, tipico dei tagli lineari, della mera proporzionalità rispetto all'importo nel 2013 delle rispettive dotazioni».

Insomma, il problema è che il Colle verrebbe penalizzato, Montecitorio e Palazzo Madama favoriti. Metodo sbagliato secondo Marra, perché non tiene conto dei tagli già fatti. E non tiene conto nemmeno di un «accordo informale tra gli Organi costituzionali» sulla ripartizione dei tagli che, spiega, è stato promosso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Accordo che non risulta al senatore azzurro Lucio Malan, autore dell'emendamento. «Se c'è stato un accordo, doveva essere comunicato a chi lo deve mettere in atto e tra questi ci sono i questori del Senato. Cosa che non mi risulta sia stata fatta. Ritengo che non fossero informati neppure i relatori del provvedimento, i presidenti delle commissioni referenti e neppure il viceministro Enrico Morando che ha rappresentato il governo nell'iter del provvedimento. Se fossero stati informati, lo avrebbero fatto presente. Se non è cambiata la Costituzione, le leggi le fa il Parlamento e non accordi dietro le quinte».

Resta da capire se il governo e/o il parlamento hanno intenzione di cancellare il metodo Malan e come lo faranno. Lo stesso Marra ipotizza una modifica nella legge di Stabilità.

In questo caso il decreto Irpef (quello con il buono da 80 euro) non dovrebbe fare un altro passaggio. Però assicura che, se l'emendamento non sarà eliminato, il suo ufficio farà il possibile per rispettare la volontà del Parlamento, garantendo la funzionalità della presidenza e dei palazzi del Quirinale.

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