Pd alla deriva: nessuno riesce a garantire nulla

Nel partito sono saltati schemi e gerarchie. E ogni voto diventa un terno al lotto

Pd alla deriva: nessuno riesce a garantire nulla

Roma - Nitto Palma val bene una messa? Forse sì, se la Parigi assediata in queste ore si chiama Palazzo Chigi. O forse no, a giudicare dall'aria che si fa sempre più irrespirabile dalle parti del Pd. Saltati schemi e gerarchie, nessuno garantisce più per nessuno e si attendono lumi per poter andare avanti. Così la Bindi annuncia alla Camera di aver votato a favore della risoluzione di maggioranza sul Def «solo per disciplina» e che è «l'ultima volta che mi adeguo». Per non dire del deputato prodiano Sandro Gozi, autore di un vero appello all'eutanasia: «Fermiamo questo Pd. È politicamente morto e continua a fare danni nelle istituzioni. I capibastone delle correnti cercano di sopravvivere, ma a forza di vecchie logiche stiamo di fatto seppellendo un morto a colpi di lotte di potere».

Ma se Bersani al Nazareno ormai conta come il due di coppe, il due di picche rischia di ritrovarselo il capo dei senatori pidì, Luigi Zanda, ieri clamorosamente scavalcato dai senatori che fanno parte della commissione Giustizia. Il «no, per carità, piuttosto che votare Nitto Palma mi taglio le mani» si era sentito fin fuori dall'aula l'altro pomeriggio a Palazzo Madama, durante una pausa, quando era stato reso noto il succo dell'accordo raggiunto tra Zanda e Schifani per i presidenti delle Commissioni. Al nome dell'ex guardasigilli del Pdl, era praticamente insorta tutta la componente alla Giustizia: Monica Cirinnà (la pasionaria), Felice Casson, Rosaria Capacchione, Sergio Lo Giudice, Giuseppe Lumia, Rosanna Filippin. In posizione più defilata la renziana Nadia Ginetti e Luigi Manconi, ex leader dei verdi di solido pedigree garantista.

A gettare nuova benzina sul fuoco ci ha pensato ieri il buon Corradino Mineo, orgoglioso ideatore di una teoria parabellica: «L'unico modo di tenere il governo in piedi è sparare, sparare contro le cose indecenti. Mettere un berlusconiano convinto alla Giustizia è come mettere un dito negli occhi ai cittadini». L'addio pacificazione evocato da Mineo si materializzava poco dopo con fumate nere, e finiva con il totale disorientamento del gruppo. Situazione che influiva infelicemente su Casson. Prima, ai microfoni di una tivù, sosteneva con poco credito che «Su Nitto Palma il Pd ha votato compatto, qualcun altro non ha votato». Poi smentiva, invocando piuttosto un «candidato nostro». E finiva in bellezza con doppio carpiato, proponendo un «candidato condiviso».

Solo immaginabile, purtroppo, lo sconcerto che in quelle stesse ore s'andava raggrumando sul volto del povero Zanda, impotente di fronte a una mandria in fuga nella prateria. L'unica era ingaggiare un braccio di ferro tra i quartier generali di Pd e Pdl, che invano tuonava contro il mancato rispetto dei patti (tutti gli altri presidenti di commissione, nel frattempo, giungevano in porto).

A «coprire» l'indisponibilità dei senatori Pd giungeva provvidenziale la solidarietà dei due rappresentanti montiani, contrari a votare senza il Pd. «Cambiate cavallo», era l'ultima cambiale in bianco firmata da Zanda, inconsapevole (forse) che gli altri papabili in commissione sono Ghedini e Caliendo, non meno ferventi berlusconiani di Nitto Palma, a sua volta allibito per l'astio ricevuto. Dietro il quale si vocifera esserci la fiera opposizione di Magistratura democratica. Il Pdl teneva perciò il punto. Soluzioni alternative? Da cercare nella solita notte delle nebbie, e votazione rinviata a oggi pomeriggio. Nella quale, annunciano i duellanti, «potrà accadere di tutto e ognuno si assumerà le proprie responsabilità». Arduo crederci.

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