Ci risiamo. O meglio, Travaglio non demorde dopo la sua uscita di due giorni fa in cui, in un assurdo parallelismo, accostava Valter Lavitola (il presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci) a un eroe come Giovanni Falcone. Per questo, nel suo editoriale, rilancia: “Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti. Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli. Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici”. Ma qui manca un passaggio fondamentale: e cioè che il clima attorno a Falcone e Borsellino fu di isolamento ben prima che il giudice decidesse di recarsi a Roma. I loro nemici in quel periodo erano in piena attività, così come lo era chi voleva in tutti i modi che la pista su mafia appalti fosse ridotta a un nulla di fatto. Perché gli interessi in gioco erano troppi. I nomi da fare pesavano troppo. La connivenza di certi personaggi raggiungeva vette troppo elevate. Maria Falcone, la sorella del giudice, aveva già reagito alle prime esternazioni di direttore de Il Fatto Quotidiano definendole “indegne”. Ma Travaglio non ha certo pensato di scusarsi, anzi: “Dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi”, scrive. Evidentemente non c’è più alcun limite.

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