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Parabola Ranucci, il moralizzatore caduto nel fango. “Dolore per i figli”

Il giacobino plaude alla ghigliottina che infilza gli altri, ma prima o poi vede rotolare la propria testa

E i bombaroli ammettono: dovevamo solo fare scena

Non c’è niente da fare: chi infilza gli altri con la spada luccicante del moralismo, alla fine diventa vittima del meccanismo che ha messo in moto.

La storia è imprevedibile ma si ripete fino alla noia: da Robespierre, fatti naturalmente i debiti paragoni, fino a Ranucci. Sigfrido ha lanciato anatemi e incenerito profili e reputazioni più di Savonarola, poi è scivolato nel fango che descriveva con maniacale sollecitudine ad ogni puntata, ad ogni servizio, ad ogni trasmissione di Report. Il sospetto scagliato come una pietra: abbiamo assistito a tante lapidazioni virtuali del colpevole di turno. Ora tocca a lui, come nella ruota del criceto e questo, sia chiaro, non vuol dire che era parte del complotto. Ci mancherebbe.

La vicenda è molto più sottile e perfida: è una miscela fra la seduzione, di cui parla il gip di Roma, e l’ambizione che usa la seduzione come uno sgabello per andare oltre i propri limiti e, soprattutto, oltre i propri compiti.

Il giornalismo d’inchiesta non fa sconti a nessuno. Ma deve seguire regole ferree e invece. Oggi scopriamo che Lavitola, non Padre Pio ma un pregiudicato con una fedina penale lunga così, aveva affascinato e un po’ stordito il cavaliere bianco che lottava contro le ingiustizie.

Uno sguardo, un sondaggio - «ho visto ma va modificato» - una frase carica di promesse buttata sul tappeto rigoglioso dell’autostima e consegnata in tempo reale all’opinione pubblica: «Fra due anni sarai premier». Non c’era bisogno di esplicitare quel che non si poteva e non si doveva dire, il problema è che il burattino era diventato burattinaio o, almeno, aveva licenza di fare un po’ quel che voleva.

Lavitola ha tradito, ha illuso, ha ingannato. Ranucci non ha avuto la lucidità di fermare quel meccanismo che via via gli sfuggiva di mano: le fonti che vanno in redazione e diventano amiche, complici, manipolatrici.

L’autorevolezza evapora, la credibilità si avvia su un piano inclinato, la purezza, come sempre nella vita, si mischia agli interessi e alle contingenze quotidiane. Ranucci è una vittima, fino a prova contraria che non c’è, ma sul piano professionale e deontologico è una vittima che si è lasciata circuire. Per di più da un signore che era stato condannato per aver tentato ricatti ad alcuni degli uomini più potenti del Paese.

Imperdonabile per un personaggio iconico, lontanissimo nell’immaginario collettivo da ogni contaminazione e degradazione.

Si sapeva, lui lo sapeva, ma la presunzione ha falsato i calcoli e il passo troppo lungo è finito con un salto nel precipizio. Oggi ci angoscia ascoltare le parole del conduttore al Corriere della Sera: «Vedere che dopo una bomba e 30 anni di sacrifici c’è chi infanga il padre, per i miei figli non è bello. E vedere il loro dolore mi fa impazzire».

Quante volte abbiamo sentito queste geremiadi, colme di sofferenza, e ci siamo indignati perché chi le pronunciava non si era immerso nel fonte battesimale dell’onestà, della correttezza, della trasparenza più assoluta. Questa volta non ci gireremo dall’altra parte, per carità, e poi le «pagelle» verranno date ai diversi livelli da chi è chiamato a giudicare. Niente processi sommari e niente verdetti anticipati, come nello stile di troppo giornalismo investigativo. Ma la storia è questa, nella tradizione del giacobinismo e giustizialismo lunga ormai secoli che da Parigi arriva fino a Di Pietro e Grillo: chi plaude alla realizzazione della ghigliottina vedrà poi rotolare la propria testa.

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