Report va difeso, è sacrosanto. È l’ultimo baluardo d’inchiesta della tv pubblica. Peccato che il suo volto simbolo, Sigfrido Ranucci, sia finito in una storia così torbida da sembrare una puntata della sua stessa trasmissione. Non parlo solo della bomba esplosa a casa sua, attentato che sconvolse l’Italia. Parlo di ciò che è venuto dopo: l’amicizia quasi quotidiana con Valter Lavitola, il faccendiere oggi in carcere a Rebibbia come mandante di quell’esplosione, con l’aggravante mafiosa.
Prima di finire dentro, Lavitola ha lanciato un messaggio alla testata Mow: «Se sono stato io, allora è stato anche Ranucci». Nessuna regia politica occulta, dice il recluso: solo il folle progetto di rendere Ranucci la figura guida della sinistra italiana. Nelle chat, Lavitola lo esaltava: «Tra due anni sarai presidente». Uno spin doctor in cella che sogna un premier in studio.
Il paradosso è grottesco. Come può Ranucci, amico di chi voleva «eleggerlo a Palazzo Chigi» a colpi di bomba, continuare a indagare sul potere? Come può sollevare dubbi sugli altri con rapporti così opachi? Forse l’unica inchiesta che resta è su se stesso. Sigfrido, che ci ha insegnato a smontare i sistemi, ha l’occasione di darci una lezione: ci racconti tutta la verità. Quella che gli piace e quella che no. Perché se Report ci ha insegnato qualcosa, è che la luce va accesa anche nelle stanze più buie. E la sua, oggi, è la più illuminata dai riflettori ma ancora oscura.
