Il Pd uccide Mps e Profumo se ne va

Il sindaco renziano preferisce il rischio di un crac piuttosto che perdere la presa sulla banca senese

Alcune persone si riparano dalla pioggia nei pressi di una filiale della banca Monte Paschi di Siena
Alcune persone si riparano dalla pioggia nei pressi di una filiale della banca Monte Paschi di Siena

nostro inviato a Siena

Non si può capire Siena se non se ne osserva attentamente il Duomo. Dall'edificio gotico si dipana una fila di archi che conduce a una facciata ancor più maestosa di quella originale. Sono le vestigia del progetto di ampliamento della cattedrale, iniziato nel 1340 per fare a gara con Firenze e mai terminato per mancanza di fondi. Attraverso il Monte dei Paschi, Siena ha cercato di conquistare quello che la storia le ha tolto. Il problema è che oggi, come nel 1472 (quando nacque Mps), i senesi restano una comunità autoreferenziale, sorda a tutte le sollecitazioni esterne. Non a caso l'istituto è rimasto l'unica grande banca italiana a essere ancora controllata da un azionista di maggioranza «politico». La Fondazione Mps, presieduta da Antonella Mansi, è governata da un consiglio di 14 componenti, dei quali la metà è nominata da Comune (4 membri), Provincia (2) e Regione (1) e il resto dalle istituzioni locali che - eccetto la Diocesi - alla politica fanno capo. E a Siena «politica» fa rima con Pd.
«Se avessimo trovato la soluzione giusta, ci saremmo già mossi», sì è fatta sfuggire ieri Mansi. «Oggi non è un funerale, spero che celebreremo un nuovo inizio», ha dichiarato il sindaco di Siena, il renziano Bruno Valentini. Una tranquillità non scossa nemmeno dalle ipotesi di dimissioni del presidente della banca, Alessandro Profumo. «Morto un sindaco se ne fa un altro. Bisognerà trovare un manager di pari livello», ha chiosato tranchant. Poi, ieri pomeriggio Mansi, Valentini e il presidente della Provincia si sono incontrati per abbozzare le nuove strategie. La terza banca italiana, che ha bisogno di 3 miliardi di aumento di capitale, si avvicina al baratro e i principali soci - in quota Pd - pensano al futuro. Tutto questo perché la Fondazione gravata ancora da circa 350 milioni di debiti non vuole che la ricapitalizzazione coincida con la cessione del proprio pacchetto di controllo (che vale 670 milioni ai prezzi di Borsa). Con un aumento di capitale quel 33,5% gravato da pegni sarebbe carta straccia e così si rinvia l'aumento per vendere, sperando di mantenere ancora un piede nella banca (si punta al 5% post-aumento) e continuare a garantire un posto di lavoro ai 3mila senesi dipendenti del Monte. A farne le spese è Alessandro Profumo. Lui aveva trovato una banca «collassata» dall'acquisto di Antonveneta nel 2007 per 10 miliardi, un prezzo monstre che quasi nessuno a Siena osò criticare e che ha generato altri mostri, come le perdite milionarie sui derivati Alexandria e Santorini. Profumo ha cercato di salvare il salvabile tagliando il personale, chiudendo filiali e ricorrendo al prestito statale di 4 miliardi. Ora l'Europa pretende una restituzione di gran parte dei Monti-bond, ma a Siena il Pd pensa a costruire cordate con Fondazioni bancarie «amiche», a cercare alleati per perpetrarsi. «La Cassa depositi e prestiti dovrebbe intervenire», ha detto ieri Valentini, fingendo di ignorare che la Cdp non investe in società in perdita e che, dopo l'ingresso di Bankitalia nel capitale del Fondo strategico (scambiato con il 5% di Generali), ha problemi di conflitti di interesse. A Siena si ipotizzano nuovi assetti, sperando che l'ad Fabrizio Viola resti a dispetto della scelta del presidente. Eppure se l'aumento non dovesse andare a buon fine, anche i manager potrebbero esserne chiamati a rispondere (l'orientamento di Profumo nasce anche da questa eventualità). Il Pd senese fa finta di nulla. Il fiorentino Matteo Renzi, per ora, non ha tirato le orecchie a nessuno, ma un eventuale fallimento di Mps porterebbe anche la sua firma.

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