La cosa più interessante della piscina comunale di Tor Tre Teste, nella periferia di Roma (un nome degno del terzo capitolo di Come un gatto in tangenziale), naturalmente non è la piscina. È il modo in cui una società liberale reagisce quando incontra una richiesta culturale fondata su un’idea completamente diversa dello spazio pubblico.
Nessuno, ovviamente, ha introdotto la sharia a Roma, nessun imam ha preso possesso della vasca, nessun regolamento comunale ha stabilito che gli uomini debbano sparire «per legge» dalle piscine. Ma il fatto che intanto, in accordo con la comunità islamica, l’esercizio vieterà l’ingresso agli uomini in determinate fasce orarie nel mese di agosto, racconta qualcosa di importante. Perché sarebbe ingenuo pensare che la politica culturale di una società si misuri solo su leggi scritte. Le trasformazioni profonde arrivano spesso dietro minuscoli adattamenti, gesti piccoli presentati come innocui, persino gentili. È proprio in questa zona grigia tra libertà individuale e trasformazione dello spazio comune che nasce il caso. Quindi c’è da capire il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, quando dice che si tratta di «un primo, spudorato esperimento di introdurre norme islamiche all’interno delle nostre vite».
Il fatto non è se una donna debba poter scegliere un luogo in cui sentirsi più libera e a proprio agio: una società aperta lo deve di certo consentire. Ma l’Occidente moderno ha costruito una parte essenziale della sua identità sull’idea che lo spazio comune sia il luogo dell’incontro, non della separazione. Vale per la scuola, l’università, il lavoro e le istituzioni. Il rischio, in casi come questo, è sottile ed è che una serie di accomodamenti, apparentemente irrisori, finisca per modificare lentamente ciò che una società considera normale.
È il paradosso delle democrazie contemporanee: nate per proteggere le differenze, devono interrogarsi di continuo sul limite oltre il quale la tutela delle identità particolari rischia di creare un problema sul terreno comune sul quale si è deciso di muoversi. Chi difende l’iniziativa di Tor Tre Teste sostiene che esistono altre forme di organizzazione temporanee degli spazi: momenti in cui certi luoghi sono dedicati alle attività di bambini, anziani, persone con disabilità... L’obiezione è che non tutte le separazioni hanno lo stesso significato. Una cosa è rimuovere barriere che impediscono la partecipazione, altra cosa è adattare uno spazio comune a una concezione culturale che considera problematica la convivenza tra uomini e donne. La sharia nelle società occidentali non arriverebbe probabilmente mai con un decreto improvviso
ma semmai attraverso una lunga sequenza di eccezioni considerate troppo piccole per scatenare una discussione. Ma non bisogna commettere l’errore di giudicarle marginali. E la politica dovrebbe servire proprio a interrogarsi sui significati prima di vedere le conseguenze. La piscina di Tor Tre Teste non è una rivoluzione. Ma deve essere il pretesto per una domanda: quanto una società aperta può modificarsi per includere gli altri prima di perdere se stessa?
