La prima illusione si impossessò del «campo largo» all’indomani del referendun sulla giustizia: i mondi della sinistra si convinsero di aver già vinto. La seconda illusione fu partorita dall’arrivo sulla scena politica del Generale Vannacci: con un occhio ai sondaggi di quest’estate Schlein a Conte si sonono persuasi di avere già Palazzo Chigi in tasca. E l’euforia si è portata dietro divisioni, polemiche, scontri sotterranei, diatribe sulle primarie. Risultato: nell’ultimo sondaggio di maga Ghisleri la coalizione del centrodestra senza Vannacci prevale sul campo largo di più di un punto. Insomma, piddini, grillini e compagni si sono mangiati un rigore porta a vuota.
In una campagna elettorale è fisiologico che si alternino alti e bassi ma c’è da chiedersi se la coalizione sia capace davvero di imporsi. Se la sua natura e i suoi meccanismi rappresentino un handicap. C’è quasi un problema di spirito, di «animus». Nelle coalizioni la voglia di vincere - Berlusconi docet - appiana i problemi e favorisce i compromessi. Un comportamento che nel campo largo è assente. Il protagonismo di Conte, i suoi punti irrinunciabili a cominciare da quelli più delicati come il «no» ad aiuti militari all’Ucraina, ad esempio, sconquassano la coalizione al punto che qualcuno nel Pd immagina che l’ex-premier coltivi l’opzione sia pure residuale di andare da solo: «In fondo - confida uno dei consiglieri del Principe, Alfonso Colucci - se nessuno dei due poli raggiunge il 42% avremmo un proporzionale puro: esattamente la riforma elettorale che abbiamo sempre sognato». A fronte del protagonismo 5stelle la Schlein gioca sempre di rimessa. Addirittura sembra intenzionata ad assecondare l’adozione delle primarie on-line in barba ai timori che capeggiano su ogni quotidiano europeo su il rischio di influenze russe. Paradossale. E punta ad imporsi come candidato unico del partito ricorrendo ad una norma dello statuto ispirata alla vecchia regola aurea comunista del centralismo democratico. In questa logica si avrebbe un candidato grillino, un altro della sinistra radicale e un altro di un Pd spostato a sinistra. Il riformismo avrebbe solo la voce dell’ipotetico candidato di Matteo Renzi mentre i riformisti piddini sarebbero del tutto azzerati, resi afoni. Ne consegue che Giorgio Gori che aveva annunciato l’intenzione di correre alle primarie di fronte a quel divieto potrebbe essere tentato di uscire dal Pd: «In fondo - ha confidato a qualche amico - non ho nulla da perdere». Ma a parte i singoli casi si ha l’impressione che le ambizioni personali, le gelosie identitarie, prevalgano sull’obiettivo comune di vincere. Se ciò avvenisse avrebbe avuto ragione la Meloni quando ha puntato proprio sulla norma che prevede l’indicazione del premier nella legge elettorale per mandare in tilt il campo largo. Una regola che ha messo in luce la vocazione minoritaria dei principali protagonisti della coalizione, Schlein e Conte. Il «testardamente unitaria» della prima non si coniuga con l’esigenza di rappresentare il pluralismo che contraddistingue il Pd: un pezzo di quel partito è relegato ai margini, quasi accompagnato alla porta. È un problema politico ma anche culturale. Di più: è una filosofia perdente. Un limite che misuri nella distanza che separa la figura identitaria della Schlein da quella pragmatica degli amministratori locali del partito, i veri raccoglitori di voti: da De Pascale a Giani, da Decaro a Gualtieri, a Manfredi.
Anche Conte, che pure ha fatto il premier, è costretto suo malgrado a fare i conti con lo spirito minoritario del suo movimento. Deve adeguarsi alle rigidità identitarie dei 5stelle e dei loro mondi di riferimento che - non è un mistero - si sentono più a loro agio all’opposizione. Ad ogni passo verso Palazzo Chigi deve corrispondere una testimonianza identitaria: il reddito di cittadinanza, il superbonus, e ora l’atteggiamento sull’Ucraina sono frutto di questo meccanismo infernale. Come pure le condizioni che pongono nelle possibili alleanze. E conta poco l’importanza della posta in gioco: si tratti del governo, del Quirinale o di entrambi. Ecco perché le «illusioni» sono destinate a ripetersi. A meno che la voglia di vincere e il terrore della disfatta non abbiano il sopravvento. «Chi sarà causa della sconfitta - ripete Matteo Renzi - si assume una responsabilità storica. Sarà inseguito per strada con i forconi dall’intero popolo del centro-sinistra».
