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Quell’orrore taciuto della strage di Vergarolla

Sono passati 80 anni da quel giorno, ma solo 64 vittime oggi hanno un nome

Monumento per le vittime della strage di Vergarolla, Trieste, 2 aprile 2012. CREDIT OBBLIGATORIO: PEDRASSANI via WIKIPEDIA+++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ NPK +++

La memoria repubblicana ha tanti buttafuori. Alcune stragi entrano nei calendari e nei discorsi ufficiali, una da 80 anni aspetta alla porta: Vergarolla. Il 18 agosto 1946, a Pola, famiglie e bambini seguivano la Coppa Scarioni della Pietas Julia. Sport e italianità, sole, spiaggia e mare. A Parigi, intanto, si decideva il destino dell’Istria. Alle 14.10 circa esplose un cumulo di ordigni bellici ritenuti inerti e la festa diventò carneficina. Solo 64 vittime hanno un nome; altre stime superano il centinaio. Moltissimi di essi erano bimbi. Per l’inchiesta alleata, la detonazione fu provocata da ignoti, ma un rapporto indicò come sospettato un presunto agente dell’Ozna, la polizia politica di Tito. Una pista, non una sentenza. Attentato senza colpevoli, strage senza Stato. I crimini del comunismo? Non esistono. Delle foibe si è parlato per decenni, di nascosto, sottovoce, sennò ti davano del fascista: orrore sepolto vivo dalla storia scritta dai vincitori e proibita ai vinti. Figuriamoci Vergarolla. L’esplosione non inventò l’esodo ma lo accelerò. Nel 1947 oltre il 90% degli italiani lasciò la città. Pola era troppo tricolore per il nuovo confine e Vergarolla troppo scomoda per la nuova Italia. Devastante fu la sorte degli esuli istriani, fiumani e dalmati, costretti ad abbandonare case, terre e morti, poi emarginati e trattati da ospiti indesiderati nella loro Patria. Non quadravano nella favola del dopoguerra, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Quel giorno il chirurgo Geppino Micheletti perse i figli Carlo e Renzo, il fratello e la cognata. Pur avendo appreso la notizia, continuò a operare i feriti per oltre 24 ore. Fece il medico, mentre gli altri cominciavano a fare politica con i morti. Ma la memoria che dura un giorno è un alibi. Benissimo ha fatto la presidente Meloni a ricordare questa tragedia. Qualcuno la accuserà di revisionismo, ma la storia è revisione continua, altrimenti non è storia, è un dogma che ha paura dei fatti. E dei fatti, nel nostro paese, in tanti hanno ancora paura.

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