Ora tocca al partito e ai singoli. Tutti in campo ogni giorno, fino al 22 marzo, per far votare sì al referendum sulla giustizia, con le stesse modalità di una campagna elettorale. Anzi, come "se doveste andare a caccia di preferenze", è la linea. Fratelli d'Italia non ci gira intorno e così a cinque settimane dalla sfida referendaria carica i "suoi" e indica la rotta da seguire. Consapevole che se vincesse il fronte opposto, "non sarebbe positivo per il governo" perché la riforma della giustizia è nel programma della coalizione, e perché l'esito verrebbe usato dai rivali con l'obiettivo di provocare una crisi. Anche per questo chiede che la contesa non venga assolutamente politicizzata, pur sapendo quanto sia difficile tenere in equilibrio le due istanze. E probabilmente va in questa direzione l'impegno ad arruolare, tra i sì, anche chi è vicino alla sinistra ma sostiene comunque la riforma Nordio. Parole che sono risuonate durante la Direzione nazionale del partito, riunita a Roma in un centro congressi vicino al Viminale. E poi fissate in un ordine del giorno approvato all'unanimità. La prima assemblea del 2026 di Fratelli d'Italia è tutta concentrata sul referendum. Sono bastate un paio d'ore per motivare parlamentari e ministri sulla prossima prova e lanciare la mobilitazione stile 'porta a portà e "pancia a terra". Arianna Meloni, capo della segreteria politica, che parla per ultima e sintetizza: La riforma, e la vittoria al referendum, non riguardano solo Fratelli d'Italia ma è interesse della nazione. E richiamandosi anche quest'anno a "Il signore degli anelli", chiede a tutti "la responsabilità dell'anello".
Fuor di metafora: la responsabilità nell'impegnarsi attivamente "specie in quest'ultimo anno" per il bene della nazione. Non si può campare solo su quello che fa Giorgia Meloni, il referendum non si vince da sè, è il succo del ragionamento. Alla sorella impegnata nel frattempo in Africa, Arianna dedica un passaggio del suo discorso evidenziando che "oggi anche tutti i grandi del mondo la vedono come un riferimento". In sintonia Adolfo Urso che, da ministro delle Imprese, declina l'ok alla riforma come "un sì per una giustizia più autonoma e responsabile e che non sia più una zavorra per le imprese e per chi vuole investire e creare lavoro". Sintetico l'intervento del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che difende soprattutto il suo diritto a parlare all'assemblea, e sul referendum, non avendo gli stessi obblighi super partes del capo dello Stato. Un pò più analitico Edmondo Cirielli che apre il dibattito nel ruolo di coordinatore della Direzione. Sulla consultazione di marzo, avverte: "Non dobbiamo fare quello che fa la sinistra, cioè alzare lo scontro e politicizzare". Ma citando il vantaggio dei "2-3 punti" che i sondaggi darebbero al centrodestra sul centrosinistra, ammette: "Se perdiamo questo referendum, positivo non è". Una linea che - poi rivendica - è stata recepita nel documento finale della Direzione. Tre i concetti chiave: "massima e più efficiente comunicazione" della riforma ai cittadini e lotta alle fake news, no alla guerra destra-sinistra e coinvolgimento di chi condivide la legge "pur avendo una formazione culturale e politica lontana dalla nostra e dichiaratamente di sinistra". Giovanni Donzelli, capo dell'organizzazione del partito, chiarisce: "Non sono solo politici ma anche uomini e donne di cultura, giuristi, magistrati" perché, conclude, "sono tantissimi quelli per il sì non di centrodestra".
Intanto, secondo l'ultimo rilevamento Tecnè, se si votasse oggi il 56% degli elettori voterebbe "sì" mentre il "no" si fermerebbe al 44%. Il sondaggio è stato realizzato con interviste effettuate a livello nazionale tra l’11 e il 12 febbraio. Oltre alle indicazioni di voto, è emerso un altro dato importante: quello sull'affluenza.
Il 42% degli interpellati dichiara che andrà a votare, il 46% dichiara che non lo farà mentre il restante 12% è ancora indeciso. Il sondaggio ha testato anche chi sale e chi scende tra i leader di partito e tra i partiti stessi.