Rotto patto del silenzio Il Pd alla resa dei conti

Lo psicodramma degli ex margheritini: "Macché fuori onda, sapeva ciò che diceva". Pronte le querele, ma è già guerra interna

Rotto patto del silenzio Il Pd alla resa dei conti

RomaLo chiamano «fuori onda», ma non ci crede nessuno.
Tutti, nel Pd e dintorni, sono convinti che a Luigi Lusi non sia stata carpita alcuna rivelazione a sua insaputa, che il tesoriere della Margherita sapesse cosa faceva e che quel messaggio - ai compagni di partito, al gruppo dirigente passato e presente degli ex Dl, ai magistrati, alla pubblica opinione - lo volesse mandare. «Se parlo io succede un casino», e «questa partita può far saltare il centrosinistra», e «tutti sapevano tutto», o almeno «chi doveva sapere sapeva».

Rubate o volute, le parole di Lusi a Servizio pubblico, la trasmissione di Michele Santoro, hanno scatenato un nuovo psicodramma nella ex Margherita. L’ex tesoriere, stretto da accuse sempre più pesanti, con i propri beni sequestrati e mezza famiglia inquisita, si ribella al destino di capro espiatorio e pare pronto a tirare in ballo tutti. Tutti chi? «Ho mantenuto la cassa perché me l’hanno fatta mantenere, eseguivo ciò che mi veniva detto di fare ed ero ritenuto affidabile». È effettivamente la chiave di tutto: Lusi era il tesoriere di Rutelli, ma se i tanti capicorrente della Margherita lo hanno confermato al suo posto anche dopo la scissione rutelliana, evidentemente andava bene a tutti e non negava il necessario supporto alle attività (lecite e politiche, ovviamente) delle varie anime Dl.

Cosa che in pochi (tra loro il realista Peppe Fioroni) hanno finora ammesso. E lo stesso Pd, che pure col suo tesoriere Misiani ieri si affrettava a prendere le distanze («Pd e Margherita sono soggetti completamente distinti»), non ignorava gli intrecci concreti tra i due soggetti: «Tutti sapevano che c’erano dipendenti formalmente pagati dal Pd ma distaccati alla Margherita, che a sua volta rimborsava i loro compensi al Pd, i quali poi lavoravano anche per l’Api di Rutelli», racconta ad esempio un funzionario del Nazareno.

Intanto i legali del (defunto) partito, Titta Madia e Alessandro Diddi, minacciano querele contro Lusi per conto dei rappresentanti legali dei Dl (Rutelli, Bianco e Bocci) per le dichiarazioni «grossolanamente diffamatorie». L’ex tesoriere, tuonano i tre dirigenti margheritini, «delira». Alla querela si associa il sindaco di Firenze, Matteo Renzi: «Ho chiesto contributi, che sarebbero stati legittimi, per le mie campagne elettorali da candidato alle primarie e da sindaco. Ma non ho avuto un centesimo». Lusi, invece, conferma di aver pagato alcune fatture allo staff renziano.
Quello che sembra trasparire, dietro i comunicati degli avvocati e i «fuori onda» più o meno rubati, è la rottura di ogni vincolo di riservatezza e di ogni patto non scritto che regolava i rapporti dentro un partito sopravvissuto a sé medesimo e alla diaspora politica dei suoi dirigenti in funzione - essenzialmente - del finanziamento pubblico. Ieri sera, in un altro «fuori onda» diffuso dal vicedirettore di Libero, Franco Bechis, lo stesso Lusi spiega che ogni decisione sull’utilizzo dei denari («220 milioni in dieci anni», calcola) veniva presa attraverso abboccamenti privati: «Non c’è niente di scritto» su come quel «tesoretto» andasse spartito tra le tante correnti. «In un partito che non ha una linea di comando formale tutte le responsabilità me le prendevo io», e ora «pago per tutti». E Lusi butta lì una frase ancor più inquietante: «Si sta lavorando per stringermi in una cinghia asfissiante, e rendere priva di fondamento qualsiasi cosa io decidessi di dire, se un giorno impazzissi».

I big della Margherita ieri tacevano tutti. Ma qualcuno le parole di Lusi e le sue allusioni al fatto che in tanti abbiano attinto al suo forziere per pagarsi le proprie iniziative politiche, le prende sul serio. Luciano Neri, l’unico dirigente ex Dl ad aver votato contro i bilanci di Lusi, punta il dito contro Rutelli e Enzo Bianco: «Devono dare conto delle direttive date a Lusi, e fare un passo indietro», anche per disperdere i «sospetti inquietanti» alimentati dall’ex tesoriere.

E soprattutto devono interrompere lo «sconcio inaccettabile» della mancata convocazione dell’assemblea federale del partito, «unico organo deputato ad assumere decisioni». Un fuoriuscito della Margherita come Renzo Lusetti, oggi nell’Udc, ma ex fedelissimo rutelliano, confessa: «Faccio fatica a pensare che Lusi abbia fatto tutto da solo».

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