Se dovessimo scegliere, tra i giornalisti italiani nati nel dopoguerra, i numeri uno nel campo televisivo e in quello della carta stampata, probabilmente sceglieremmo Giovanni Minoli, che oggi ha appena compiuto 81 anni, e Paolo Mieli che è un po’ più giovane, ha 77 anni. Sono due monumenti. Moltissimi giornalisti molto affermati sono cresciuti sulla loro scia, imparando da loro, imitandoli. Ecco, sono loro due i protagonisti di questa intervista. Minoli in qualità di intervistato, Mieli come oggetto dell’intervista. Parliamo del caso Ranucci.
Minoli, che idea ti sei fatto di questo scandalo dell’estate?
«Se posso essere un po’ volgare ti racconterò di quando insieme a Milena Gabanelli inventammo Report ed evocammo un vecchio detto popolare da osteria, che dice così: Gira gira, il siluro torna in culo a chi lo tira. Certo, non è una espressione elegante, ma rende molto bene l’idea».
Il vecchio Nenni diceva che a forza di fare il puro troverai sempre uno più puro di te che ti epura
«Qui più che epurare bisogna indagare».
L’inchiesta giudiziaria sta procedendo. Porterà a dei risultati?
«Beh, se io fossi uno dei magistrati che stanno indagando sul caso interrogherei Paolo Mieli».
Paolo Mieli?
«Si, come persona informata sui fatti. Data la sua conclamata serietà e onestà e credibilità, forse potrebbe raccontare qualcosa di nuovo e di inedito».
Mieli ha avuto un ruolo?
«Il fatto che il più grande, serio, credibile maestro di giornalismo italiano frequentasse abitualmente uno come Lavitola, e si facesse riaccompagnare a casa tutte le sere in macchina da Lavitola chiacchierando del più e del meno, cioè, immagino, un po’ di tutto, è una cosa che mi colpisce».
E che conseguenze ne trai? Tu pensi che Mieli possa aggiungere informazioni utili per i magistrati?
«Io non so cosa possa aggiungere. So che è un personaggio molto attendibile. E che conosceva bene Lavitola, cioè l’uomo che è considerato dai magistrati il mandante dell’attentato a Ranucci».
E quindi pensi che sarebbe giusta una convocazione ufficiale in fase di indagini?
«Mi pare proprio di sì».
E però non è stata fatta
«L’intervista di Mieli al Corriere è recentissima. Ed è in quella intervista che Mieli ci ha raccontato della frequentazione abituale con Lavitola e degli spaghetti alle vongole sgusciate e tutto il resto».
Dimmi la tua opinione su questo: è verosimile che Ranucci, visti i rapporti molto forti e di amicizia con Lavitola, non sapesse che Lavitola stesse architettando questo attentato?
«Ovviamente io penso che non sia verosimile. Ma per sostenere che Ranucci sapesse occorrono delle prove. Io queste prove non le ho. Quindi non posso affermarlo».
Sintetizziamo il metodo Ranucci: qualunque persona avesse una frequentazione sbagliata, anche senza che avesse commesso alcun reato, veniva messo alla gogna da Report. In questo caso? Il giudizio che Ranucci dà su se stesso non è espresso con lo stesso metodo. Due pesi e due misure?
«Quattro pesi e una misura sola. Mi viene in mente una analogia con i tempi di Mani pulite quando bastava una insinuazione su una tua cattiva frequentazione che Di Pietro ti sbatteva in galera».
Oggi è tutto diverso?
«Mi chiedo se fra i magistrati che indagano su Lavitola ce ne sia qualcuno di quel folto gruppo che recentemente all’assemblea dell’Anm scattò in piedi e tributò un applauso infinito a Sigfrido Ranucci. Se c’è, qualche domanda se la farà?».
Lavitola, consultando anche Paolo Mieli, preparava dei sondaggi che avrebbero dovuto valutare la possibilità di proporre Ranucci come capo del centro sinistra e futuro premier. Tu cosa ne pensi?
«Non lo so. Penso che i sondaggi, come le previsioni di voto, servano per non capire niente».
Non sono credibili?
«Non ci prendono mai. Non ho mai visto un sondaggio che desse un risultato giusto e utile».
Secondo te ora Ranucci, anche a tutela di chi lavora con lui, e a tutela di Report, dovrebbe fare un passo indietro in Rai? Cioè dovrebbe dire: ok, mi faccio da parte, chiariamo come sono andate le cose e poi torno...
«Io non credo che sia un problema suo: credo che sia un problema del vertice della Rai».
Tocca alla Rai decidere?
«Certo. Prima però dobbiamo capire se c’è un vertice o non c’è un vertice».
Problema d’azienda?
«Sì. Bisogna capire chi comanda in Rai. E qual è la professionalità di chi comanda, qual è l’etica, la capacità manageriale e soprattutto la cultura. E cosa questa etica e questa cultura gli permettono di fare».
Non è Ranucci che deve decidere?
«No certo, non è lui. Lui è l’oggetto della decisione».
Ma secondo te è normale che Ranucci avesse una amicizia di questo genere con uno come Lavitola?
«Io non conosco i contorni di questa amicizia e quindi mi devo fermare a quello che si dice. Di conseguenza non posso giudicarla. Parlo del ruolo di Paolo Mieli e dell’amicizia tra Lavitola e Paolo Mieli, perché quella amicizia l’ha rivelata lo stesso Mieli. Neanche di questa amicizia conosco i contorni, però vorrei conoscerli».
Quindi c’è una pista Mieli?
«Sì, e penso che sia una pista che è difficile evitare».
