Lo sgambetto sull'Iva ci costa 3,4 miliardi

Aumenterà dal 21 al 22% per colpa dei democratici, che con Letta hanno tradito il patto elettorale con il Pdl

Lo sgambetto sull'Iva ci costa 3,4 miliardi
Il deputato Renato Brunetta tra i banchi del Pdl alla Camera

Roma - «È troppo tardi per rimediare». L'aumento dell'Iva al 22% scatterà, ha detto ieri il ministro ai rapporti con il Parlamento Dario Franceschini.
Da tempo l'imposta sul valore aggiunto, così come l'Imu, era diventata la polizza assicurativa del governo. Serviva, nelle strategie del premier Enrico Letta, a convincere il Pdl a non farlo cadere, pena gli aumenti di imposta più odiosi. Ma, come spesso succede in politica, il meccanismo si è inceppato e si è ritorto contro lo stesso esecutivo, a beneficio di chi faceva il tifo per uno scenario diverso da quello del Presidente del consiglio. Quello in cui il governo cade e l'aumento delle tasse diventa argomento da campagna elettorale contro il Pdl.
Situazione che piace alla parte vincente del Pd. In questo caso Franceschini ha parlato più da uomo di partito che da ministro. Vista la situazione agli altri è toccato accordarsi. Quindi anche Stefano Fassina, viceministro per l'Economia , ha accusato il Pdl di avere assunto «posizioni eversive» e ha chiuso la strada ad un possibile recupero accusando il centrodestra di tentare oggi una «retromarcia». In contraddizione con il suo segretario Epifani che con le dimissioni dei ministri Pdl vede «una crisi al buio».
Il problema è che, per i contribuenti, non è finita qui. Se dovesse precipitare tutto, l'intenzione è di mettere sulla bilancia delle responsabilità, chiaramente nel piatto del Pdl, anche altri due aumenti di tasse. Intanto la seconda rata dell'Imu. Sulla sua cancellazione di fatto c'è poco più di un patto. L'impegno del governo, sancito dal decreto di agosto, se l'esecutivo dovesse cadere, è a rischio.
Ma nel governo si comincia anche a minacciare un altro effetto della crisi. La prima rata Imu, quella di giugno, rinviata a settembre, è stata cancellata con un decreto che ora deve essere convertito. La legge è in commissione e l'intenzione dei parlamentari è di portarla a termine. Se la legislatura dovesse interrompersi, la conversione si interromperebbe e il decreto perderebbe efficacia. In soldoni, gli italiani dovrebbero pagare due rate di Imu del 2013, magari a ridosso del pagamento della prima del 2014. Un salasso che diventerebbe, insieme all'aumento dell'Iva, materia da scontro politico se non da campagna elettorale.
«Non se ne parla - ha ribattuto il presidente della Commissione finanze della Camera Daniele Capezzone - perquanto riguarda la prima rata Imu, secondo l'articolo 62 della Costituzione si possono convertire i decreti anche a Camere sciolte. E sulla prima rata, Letta prese l'impegno solenne a cancellarla. Se non lo farà se ne assumerà la responsabilità».
Per il ministero dell'Economia, la confusione può trasformarsi un una situazione eccellente. A Fabrizio Saccomanni ormai preme solo mantenere i conti in ordine e non passare a Bruxelles come il ministro che li ha messi a rischio.
Cancellando gli impegni politici sulle tasse che il governo ha preso con il Pdl (che, detto per inciso, sono le uniche policy di rilevo messe in cantiere dall'esecutivo Letta) al ministro tornerebbero in cassa in un colpo solo, come minimo, 3,4 miliardi per il 2013 che diventano 5,8 con il ritorno della prima rata Imu.
Anche facendo scattare l'aumento dell'Iva dal 21 al 22% e seconda rata Imu - ha ricordato ieri il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta - per l'anno in corso rimane comunque da coprire lo 0,1% dl deficit per farci tornare sotto il 3%, dentro i limiti europei. Con la prima rata Imu si potrebbe fare agevolmente. E resterebbero abbastanza risorse anche per la cassa integrazione. Una pacchia dal punto di vista ragioneristico. Un disastro per gli italiani.

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