Lo smemorato Napolitano: "La Germania è un pericolo"

Oggi Re Giorgio si professa convinto europeista, ma trent'anni fa era il contrario. "Ci spingono alla deflazione": ecco cosa pensava dell'ingresso dell'Italia nello Sme

È il caso di dire che Napolitano è proprio «Sme»morato. Non c'è settimana in cui Re Giorgio non lanci moniti sull'Europa e sul rigore: «In Europa il solco è tracciato: integrazione sovranazionale» (4 novembre); «La disciplina fiscale è un imperativo» (23 ottobre). «La crisi si batte con ulteriori trasferimenti di quote di sovranità» (13 ottobre). Viva l'Europa e viva il rigore teutonico. Peccato che proprio Napolitano e il suo Pci, sull'Europa, non la pensavano proprio così.

Rinfreschiamo la memoria al Colle. Dicembre 1978, IV governo Andreotti. In Parlamento si discute se entrare immediatamente nel Sistema monetario europeo, vera e propria anticamera della Ue, oppure no. Lo Sme serviva a vincolare le monete dei Paesi membri della Cee, onde prevenire troppe ampie fluttuazioni. Già all'epoca il contesto internazionale è simile a quello attuale: la Germania è forte, la Gran Bretagna è scettica di suo, l'Italia - come sempre - arranca. Proprio Napolitano e il suo partito sono i più cauti all'ingresso immediato nello Sme e gridano: attenti alla deflazione, alla spinta al ribasso dei diritti e dei salari dei ceti medi e popolari, all'innalzamento della disoccupazione, alle politiche di rigore destinate a portare il Paese ad avvitarsi in spirali recessive. Quindi che fare? Entrare subito o no? A gestire la difficilissima partita con i partner europei è Andreotti, che guida un monocolore Dc con l'appoggio esterno del Pci.

Siamo in pieno «consociativismo» ma in Parlamento è battaglia. Per il Pci parla proprio Napolitano. E dice: «Oggi sono prevalse forzature di varia natura. E sono venute da una parte sola, cioè da coloro che hanno premuto per l'ingresso immediato dell'Italia nel sistema monetario». Una forzatura abbracciare l'Europa. Napolitano vuole aspettare perché occorre «una maggiore stabilità nei rapporti tra le monete e... avvicinare le situazioni e le politiche economiche e finanziarie dei Paesi della Comunità in funzione di obiettivi di crescita, riequilibrio, di progresso sociale». Ecco quindi l'attacco a Bonn e alla Bundesbank, troppo egoisti. Sono colpevoli di operare «una sostanziale resistenza dei Paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della Banca centrale tedesca, a... sostenere adeguati oneri per un maggior equilibrio... delle economie». Insomma, lo Sme, per Napolitano, serve «a garantire il Paese a moneta più forte e spinge un Paese come l'Italia alla deflazione». Bonn fa i suoi interessi e Napolitano non ci sta: «Il rischio è veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l'occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita».

Ecco che, quindi, Napolitano indica la strada del suo partito: aspettare, non dire immediatamente «sì»; occorre «non aderire entro otto giorni ma riservarsi la scelta di adesione immediata». Perché tanta fretta? «Perché non si sono raccolte le preoccupazioni e gli avvisi alla prudenza?», si domanda il comunista che poi mette il dito nella piaga: «La verità è che forse s'è finito di mettere il “carro” di un accordo monetario davanti ai “buoi” di un accordo per le economie». Poi, l'affondo finale: «Bisogna sbarazzarsi di ogni residuo di europeismo retorico e di maniera». Un Napolitano lontano mille miglia dal Napolitano di oggi anche nei toni e nel linguaggio, intriso di sovieticità: «Meschine manovre anticomuniste, destinate a sgonfiarsi rapidamente - dice grave - premere per l'ingresso nello Sme»; frutto di un «calcolo irresponsabile e velleitario». Il Napolitano di ieri si rivolterebbe nella tomba a sentire il Napolitano di oggi.