«Solo una Chiesa ricca aiuta i poveri»

Città del VaticanoIl cardinale Francesco Coccopalmerio, 75 anni, milanese, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, ha due record in questo conclave: ha auspicato per primo un Papa sudamericano chiamato Francesco. Come lui.
È stata una sorpresa per lei l'elezione di Bergoglio?
«No: come cardinale, ho partecipato alla elezione in conclave. L'elezione del cardinale Bergoglio è stata il felice avverarsi di un sogno, di un forte desiderio che, però, era condizionato al voto concorde di tanti elettori. Quando finalmente abbiamo raggiunto il quorum mi sono veramente commosso».
Lo conosceva già?
«Da circa 15 anni, quando lo incontrai a Buenos Aires per parlargli di un problema relativo a una persona. Mi ricordo ancora la forte impressione che fece in me l'allora arcivescovo, la sua bontà intelligente. L'ho rivisto con gioia in occasione del conclave. Si è subito ricordato del nostro passato incontro».
Papa Francesco preferisce definirsi vescovo di Roma piuttosto che pontefice. Che idea di Chiesa sottende?
«Pietro era vescovo di Roma e, in quanto successore di Pietro, il Papa è capo della Chiesa o - in altre parole - ha il ministero primaziale. “Pontefice” è un nome generico, che può di per sé indicare sia il Papa che qualsiasi altro vescovo. Credo che Papa Francesco voglia, da una parte, affermare l'impegno per la sua diocesi di Roma e intenda, dall'altra, sentirsi vescovo tra i vescovi, senza negare la posizione di capo, ma affermando al contempo una nota speciale di fraternità e collegialità».
«Una Chiesa povera per i poveri»: ci saranno resistenze nella Chiesa?
«Credo o, almeno, spero fortemente che questo programma non debba incontrare resistenze nella Chiesa stessa. Specifichiamo meglio tale programma. In primo luogo: una Chiesa per i poveri. Non vi sono dubbi, e non possono proprio essercene: la Chiesa, infatti, è mandata da Gesù proprio per i poveri. Certamente per i poveri in senso economico, ma - non dimentichiamolo - anche per quelli in senso spirituale. È il programma di Gesù stesso, profetizzato da Isaia: “Lo Spirito Santo mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi”».
Ma anche «Chiesa povera».
«Dobbiamo intenderci bene su questo “povera”, perché, se deve aiutare i poveri, deve anche avere i mezzi adeguati per farlo. Si dovrebbe, dunque, piuttosto parlare di Chiesa “ricca”. E, in effetti, la Chiesa è ricca. È innanzitutto ricca della realtà più preziosa che è il Vangelo di Gesù, annuncio della vita e della gioia. Questo innanzitutto deve dare ai poveri. Ricca, poi, necessariamente anche di mezzi economici, perché deve, in mille modi, provvedere a chi è nel bisogno, ai poveri, appunto, di mezzi economici. Sarebbe assurdo anche solo pensare che si possa dar da mangiare senza avere il cibo».
Che cosa deve fare allora la Chiesa?
«Bisogna che stia sempre attenta a non accumulare beni oltre una certa misura, fidandosi con piena convinzione anche della Provvidenza del Padre. La Chiesa deve essere povera nei suoi membri, perseguendo un ideale di sobrietà. Anche qui, però, è necessario essere attenti a non cadere nel pauperismo, che potrebbe, invece, essere una condizione che limita e rende gretti e tristi, limita, per fare un solo esempio, il culto delle cose belle, e quindi la promozione dell'arte. Sobrietà in definitiva significa evitare ciò che eccede ed è inutile».
La riforma della Curia romana esaurisce l'impegno a riformare la Chiesa?
«Certamente no. È, però, una parte importante di una riforma più ampia. La Curia romana è uno strumento nelle mani del Papa. Nel senso che il Papa deve compiere, per guidare la Chiesa, mille attività. E non può compierle personalmente. Deve, allora, avere delle persone, o delle strutture, le quali compiano quelle attività in suo nome, al suo posto. L'importante è che tali persone siano altamente qualificate sia professionalmente sia spiritualmente e che il Papa rimanga in continuo contatto con quelle persone e strutture per poter seguire ed efficacemente guidare la loro attività».
La rapidità e l'unità con cui è stato eletto il Papa è una lezione anche per la politica?
«Forse sì. C'è, comunque, da augurarsi che i nostri attuali politici siano più coesi, pur nelle legittime divergenze. È anche il monito che lo stesso presidente della Repubblica proprio in questi giorni ha rivolto a loro».

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